PD

Il senso del PD per la democrazia

Milano

Il Consiglio di Municipio 3 del 16 aprile offre una fotografia nitida – e poco edificante – di cosa significhi, oggi, per il Partito Democratico il rispetto delle istituzioni e della dialettica democratica.

I fatti sono semplici. La minoranza aveva richiesto, in modo pienamente legittimo e secondo regolamento, la convocazione di due consigli straordinari alla presenza dell’Assessore alla Mobilità Arianna Censi, con un obiettivo chiaro: discutere i problemi concreti di viabilità che affliggono il Municipio.

La risposta della maggioranza è stata emblematica. I due consigli sono stati sì convocati, ma svuotati del loro contenuto politico: invece di affrontare le criticità segnalate, si è deciso di imporre come tema il piano di bacino della mobilità. Un argomento che, nei fatti, non interessava né ai cittadini presenti né agli stessi consiglieri che avevano richiesto la seduta.

Un primo segnale, evidente, di quella che potremmo definire una gestione “strumentale” della democrazia: le forme vengono rispettate, la sostanza accuratamente aggirata.

L’Assessore è arrivata con quasi dieci minuti di ritardo, accompagnata – nonostante un evidente mal di denti – da una nutrita delegazione di funzionari dell’Assessorato. Una presenza massiccia, forse necessaria per sopperire a una difficoltà ormai evidente: l’incapacità di rispondere in autonomia anche alle domande più semplici.

E infatti, quando la parola è passata ai cittadini, la realtà ha rapidamente preso il sopravvento sulla narrazione preparata. Altro che piano di bacino: gli interventi si sono concentrati su problemi reali e urgenti – Rubattino, il parcheggio di Monte Titano, viale Andrea Doria. Questioni concrete, quotidiane, che impattano sulla vita delle persone e che attendevano risposte puntuali.

Risposte che, di fatto, non sono arrivate.

Terminata la fase degli interventi, è iniziato quello che la maggioranza evidentemente considera normale amministrazione, ma che somiglia molto di più a un esercizio di compressione del dibattito. L’Assessore aveva già fissato il proprio limite temporale: alle 21 se ne sarebbe andata. Tradotto: tempo contingentato, interventi ridotti al minimo – forse uno per gruppo.

Non solo. Dopo aver sostanzialmente eluso le domande dei cittadini, l’Assessore ha tentato di cedere la parola ai funzionari presenti, sottraendo ulteriore spazio agli interventi politici dei consiglieri. Un passaggio che, se non fosse stato fermato, avrebbe rappresentato una vera e propria espropriazione del ruolo del Consiglio.

A quel punto è stato necessario richiamare il rispetto dell’ordine del giorno e delle regole minime del dibattito: prima i consiglieri, eventualmente dopo i funzionari. Richiesta accolta, ma solo formalmente.

La sostanza non è cambiata. La maggioranza, coerentemente con l’impostazione iniziale, ha votato contro la prosecuzione del dibattito. Risultato: discussione interrotta, confronto amputato, consiglieri – persino capigruppo – impossibilitati a intervenire. L’Assessore, come previsto, ha lasciato l’aula alle 21.

Questo è, nei fatti, il “senso della democrazia” espresso in quella seduta: si convoca ma non si discute, si ascolta ma non si risponde, si partecipa ma non si decide. Le regole vengono piegate a esigenze di gestione politica, il confronto ridotto a formalità, il ruolo delle opposizioni sistematicamente marginalizzato.

E tutto questo da parte di chi, appena poche settimane fa, rivendicava di aver “salvato la democrazia”.

Forse il problema è proprio questo: si può proclamare la difesa delle istituzioni, ma se non se ne pratica il rispetto nei luoghi in cui esse vivono – i consigli, il confronto, il dibattito – allora quella difesa resta una formula vuota.

E il 16 aprile, in Municipio 3, quella distanza tra parole e realtà è apparsa in tutta la sua evidenza.

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