Obblighi di firma e dimora per otto giovani. La gip: “Niente domiciliari per non compromettere gli studi”
Prosegue l’inchiesta della Digos, coordinata dalla pm Francesca Crupi, sugli scontri avvenuti a Milano il 22 settembre scorso durante il corteo a sostegno della Freedom Flotilla. Il bilancio delle misure cautelari si aggrava con altre otto ordinanze che dispongono l’obbligo di firma e di dimora per un gruppo di manifestanti, in gran parte giovani appartenenti all’area antagonista.
I provvedimenti, emessi dalla gip Giulia D’Antoni, seguono gli interrogatori preventivi del 25 marzo. Salgono così a 14 le misure eseguite per i disordini culminati nel tentativo di occupare i binari della stazione Centrale. Nonostante la Procura avesse richiesto gli arresti domiciliari per quattro indagati, la giudice ha optato per misure meno restrittive, sottolineando la necessità di non interrompere i percorsi di formazione dei giovani coinvolti.
Le motivazioni della decisione
Secondo l’ordinanza, sebbene sia emersa la gravità degli atti — che includono resistenza aggravata e lesioni a pubblico ufficiale — il pericolo di reiterazione può essere contenuto senza il regime custodiale. La gip ha evidenziato come le “condotte oppositive” siano legate esclusivamente al contesto delle manifestazioni e non alla quotidianità degli indagati.
Nell’atto si legge che, pur ritenendo plausibile che i giovani non fossero scesi in piazza con l’intento premeditato di scontrarsi con le forze dell’ordine, “il tumulto trascinante della folla” e la partecipazione a una “causa profondamente sentita” li hanno spinti a ritenere giustificabili reazioni violente.
Il profilo degli indagati
Tra i destinatari delle misure figurano esponenti della rete studentesca Tsunami, militanti del centro sociale Lambretta e attivisti dell’area anarchica. Molti di loro, durante gli interrogatori, hanno parlato di “situazione caotica” o di “atti di disobbedienza civile” nati dalla rabbia per il conflitto a Gaza, negando la volontà di ferire gli agenti.
La gip ha inoltre escluso l’accusa di tentata rapina per chi aveva sottratto uno scudo protettivo a un poliziotto, inquadrando l’episodio nel contesto della resistenza. Pur definendo i comportamenti come un’espressione “esasperata” di ideali che ha infranto i limiti dell’ordine pubblico, il tribunale ha riconosciuto l’avvio di un processo di “rivisitazione critica” da parte dei ragazzi coinvolti. Ad oggi l’inchiesta conta complessivamente 17 indagati e 27 denunciati.
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