Tape – La registrazione, uno spettacolo in scena al Teatro Filodrammatici di Milano

Cultura e spettacolo

Vince e Jon hanno trascorso l’adolescenza insieme, ma non si sono più visti dalla conclusione del liceo. L’amicizia si è incrinata a causa di Amy che, una volta interrotto il suo fidanzamento con Vince, ha avuto una breve e tormentata relazione con Jon. Dieci anni dopo, i due ex compagni di scuola hanno finalmente l’occasione di ritrovarsi. Un festival cinematografico in una città del Michigan ospita il debutto alla regia di Jon: Vince decide di andare ad applaudire l’amico. Ben presto tuttavia le sue intenzioni si rivelano essere altre. L’incontro, che assume progressivamente le sembianze di un duro confronto, si svolge nella stanza di un motel a ore: Vince sembrerebbe non potersi permettere di meglio. Può darsi però che quella camera malridotta non sia che il set di una vendetta congegnata da tempo e che finalmente può essere allestita. In Tape – La registrazione, lo spettacolo prodotto dal Teatro Filodrammatici di Milano con la regia di Bruno Fornasari, il “fattore registico” è determinante per comprendere il senso delle vicende narrate: chi è davvero a condurre il gioco delle esistenze che si intrecciano tra le pareti di un avvilente color senape? In che misura possiamo ritenere che la vita corrisponda alla sceneggiatura scritta per lei? A metà della rappresentazione entra in scena un personaggio che sconvolge il copione per come era stato previsto da Vince: è Amy, alla quale i due amici avevano assegnato il ruolo di vittima di una violenza compiuta da Jon durante il breve fidanzamento. L’ex fragile studentessa, divenuta nel frattempo una procuratrice distrettuale del Michigan, non ha intenzione di farsi rinchiudere nella parte che le era stata destinata. Ed è a questo punto, nella fitta conversazione a tre cesellata da Stephen Belber – drammaturgo statunitense che padroneggia a fondo la meccanica hollywoodiana -, che Tape rivela la sua potente, feconda ambiguità: nessuna registrazione dei fatti, mnemonica o tecnologica che sia, nessuna categorizzazione a priori della realtà può “fissare”, una volta per tutte, la sconcertante fluidità della vita. Camilla Pistorello, nei panni di Amy, è bravissima nel dosare, sfumare e soprattutto sgravare la fermezza distintiva del personaggio. Attorno a lei si muovono due figure diversamente deboli: Jon, reso da Tommaso Amadio come un “narcisista moralista” con molti ripensamenti, e lo sgualcito, ma in fondo autentico, Vince di Umberto Terruso. Sarà lui, al termine dello spettacolo, a riservare le maggiori sorprese in fatto di “regia dell’esistenza”.

Roberto Borghi  

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