Si complica la posizione dell’assistente capo che lo scorso 26 gennaio ha ucciso Abderrahim Mansouri. Tra testimonianze dei colleghi e voci di quartiere, ecco il profilo dell’indagato.
La situazione giudiziaria di Carmelo Cinturrino, il poliziotto accusato di omicidio volontario per la morte dello spacciatore Abderrahim Mansouri a Rogoredo, si fa ogni ora più delicata. Mentre l’inchiesta prosegue, emergono dettagli che mettono in discussione la condotta dell’agente e la sua gestione del territorio.
Chi è Carmelo Cinturrino
Assistente capo di 41 anni, Cinturrino è l’elemento con maggiore anzianità anagrafica della squadra investigativa del Commissariato Mecenate di Milano. Nonostante non sia il più alto in grado, è considerato un veterano “operativo”: solo nel 2025 ha collezionato circa quaranta arresti nell’area critica di Rogoredo, guadagnandosi la reputazione di poliziotto esperto e onnipresente sulla strada.
Le ombre sul “metodo Luca”
Al di là dei dati di servizio, il profilo dell’agente è circondato da diverse ombre. Nel quartiere Corvetto, zona sud-orientale di Milano, Cinturrino sarebbe conosciuto con il soprannome di “Luca”. Tra le strade del quartiere circolano indiscrezioni pesanti: alcuni residenti e frequentatori della zona parlano di una gestione ambigua dell’ordine pubblico.
Le voci più critiche riguardano un presunto sistema di “due pesi e due misure”. In particolare, si mormora di una certa condiscendenza verso alcuni spacciatori italiani attivi nel palazzo popolare dove la moglie dell’agente lavora come custode. Secondo queste testimonianze — ancora tutte da verificare — Cinturrino si sarebbe mostrato inflessibile con alcuni, chiudendo invece un occhio sulle attività di altri.
L’accusa dei colleghi: “Ha mentito”
L’aspetto più critico dell’indagine riguarda però le dichiarazioni raccolte all’interno del commissariato. Secondo quanto riportato dal Corriere della Sera, alcuni colleghi di Cinturrino avrebbero evidenziato anomalie nelle sue procedure.
Dagli interrogatori emergerebbero dubbi su arresti definiti “forzati” e su sospette flessibilità concesse ad altri soggetti. I poliziotti più giovani della squadra avrebbero riferito di non aver segnalato prima queste discrepanze per timore di mettersi contro un collega più anziano ed esperto. L’ipotesi degli inquirenti è che dietro l’episodio di Rogoredo possano nascondersi dinamiche ben più complesse di una singola operazione finita in tragedia.
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