Sgombero

Ma quale sgombero, il Grand Hotel Martesana brucia ancora

Milano

Altro che sgombero imminente. A quasi un mese di distanza dal 18 gennaio, data in cui si dava per certa la rimozione delle tende lungo la Martesana, la situazione è rimasta sostanzialmente invariata. Le tende sono ancora lì. E soprattutto sono ancora lì i falò accesi ogni notte, con colonne di fumo che si spingono fino a via Melchiorre Gioia.

Nel frattempo, Milano continua a raccontarsi come città dell’accoglienza, mentre tollera che decine di persone vivano in condizioni che non sono né sicure né dignitose, a poche fermate di metropolitana dal centro.

Nelle notti di gennaio erano circa 1.800 le persone che dormivano all’interno di una ventina di strutture gestite da Progetto Arca. Tra queste, 550 erano ospitate nella Casa di accoglienza Enzo Jannacci di viale Ortles, il più grande dormitorio della città. Numeri già al limite, aggravati da un dato strutturale: dopo il Covid, a Milano le persone senza fissa dimora sono aumentate del 20 per cento.

È in questo contesto che si inserisce la situazione dell’Hub 126 di via Sammartini e delle tende che si estendono verso la Martesana. Qui, tra bivacchi improvvisati e giacigli di fortuna, vivono persone che non hanno trovato posto nei circuiti dell’accoglienza ordinaria. Giovani stranieri, uomini soli, persone ai margini di ogni rete formale.

Già a metà gennaio, tra i volontari si parlava apertamente di uno sgombero imminente. «Sappiamo che queste persone che stanno fuori con le tende saranno sgomberate tra pochi giorni, in vista delle Olimpiadi invernali Milano-Cortina», era la voce che circolava. Una prospettiva comunicata anche agli stessi occupanti, come se fosse una certezza.

Ma i giorni sono diventati settimane. E oggi, a febbraio inoltrato, non solo le tende non sono state rimosse, ma la situazione appare peggiorata. I falò accesi per scaldarsi – alimentati da cartoni, legno di recupero, materiali di fortuna – bruciano ogni sera, senza alcuna protezione, senza controlli, senza alternative.

Chi scrive è passato di persona nella zona ieri sera. Il fumo era chiaramente percepibile già a distanza, l’odore acre si spingeva ben oltre l’area delle tende. I falò erano accesi, ravvicinati, in mezzo a giacigli di plastica e tessuti. Basta poco per immaginare cosa potrebbe succedere se una scintilla prendesse male, se qualcuno si addormentasse troppo vicino al fuoco, se il vento cambiasse direzione.

Viene allora da chiedersi se qualcuno, nelle stanze dove si pianificano “sgomberi” e grandi eventi internazionali, si stia ponendo una domanda elementare: questa è una condizione sicura? È una condizione umanamente accettabile? O si aspetta che accada l’irreparabile prima di intervenire?

C’è poi un altro aspetto che meriterebbe attenzione. Da dove arrivano i cartoni e i materiali che vengono bruciati ogni notte? Chi li fornisce, chi li lascia, chi chiude un occhio? Perché quel fumo non è solo un problema per chi vive nelle tende, ma anche per i residenti della zona, per chi passa, per chi abita a poche centinaia di metri.

Milano sembra oscillare tra due narrazioni incompatibili. Da un lato l’efficienza, l’immagine internazionale, l’avvicinarsi delle Olimpiadi. Dall’altro una gestione dell’emergenza sociale che procede per inerzia, rinvii, annunci mai seguiti dai fatti. Nel mezzo, persone che continuano a dormire per terra e a scaldarsi con il fuoco, come in un “Grand Hotel” di fortuna che ogni notte rischia di trasformarsi in una trappola.

Forse, prima di parlare di sgomberi, decoro o grandi eventi, qualcuno dovrebbe fermarsi a guardare davvero cosa sta succedendo lungo la Martesana. E chiedersi non come nascondere il problema, ma come evitare che diventi una tragedia annunciata.

1 thought on “Ma quale sgombero, il Grand Hotel Martesana brucia ancora

  1. Conosco la zona, effettivamente ci sono due esigenze della città: il decoro e l’accoglienza, che sembrano antitetiche l’una con l’altra.
    Una situazione di difficile soluzione.
    Anche il sottopasso di via Spoleto / Ferrante Aporti, dopo uno sgombero (in nome del decoro), è tornato ad accogliere senzatetto.

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