Dalle riforme necessarie al calvario giudiziario: parla il giudice Andrea Padalino

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“Io, magistrato, chiedo scusa per aver ignorato i danni del correntismo e della gogna mediatica”

Quello che il magistrato Andrea Padalino affida alle pagine del quotidiano Il Foglio non è solo un bilancio professionale, ma un grido di dolore. Dopo trentacinque anni in toga, l’ex pubblico ministero di Torino racconta come la sua vita sia stata travolta da un sistema di cui lui stesso faceva parte, passando dal ruolo di accusatore a quello di vittima della malagiustizia.

Il calvario: la gogna, gli affetti e la malattia

Il racconto di Padalino parte dalla primavera del 2018, quando la sua carriera era all’apice: si era appena candidato per il ruolo di procuratore capo ad Alessandria. In quel momento, iniziò quello che lui definisce un “calvario”: un’inchiesta per corruzione e abuso d’ufficio che lo ha visto protagonista di quattro anni di feroce gogna mediatica. Sui giornali vennero pubblicate foto di “tacchi a spillo” e illazioni umilianti sulla sua vita privata, come presunte pressioni per iscrivere la figlia a scuola, fatti che non furono mai oggetto di contestazione processuale.

Le conseguenze furono devastanti: la separazione dalla moglie, l’isolamento da parte dei colleghi che lo trattavano come un “appestato” e la sofferenza dei figli, costretti a discutere con i compagni di classe per difendere il padre. Padalino rivela un dettaglio drammatico: lo stress di quegli anni ha scatenato in lui un carcinoma maligno. “La bomba al cobalto di cui parlava Enzo Tortora è esplosa anche dentro di me”, confessa al Foglio, ricordando come i suoi genitori siano morti prima di vederlo riabilitato.

L’assoluzione definitiva e l’ulteriore beffa del Csm

Nel dicembre 2022, la giustizia ordinaria ha finalmente riconosciuto la totale innocenza di Padalino: assoluzione definitiva perché i fatti non sussistevano. Tuttavia, l’incubo non è finito con la sentenza. Nonostante l’innocenza accertata, nel luglio 2024 il Csm lo ha sanzionato sul piano disciplinare, sospendendolo dalle funzioni per diciotto mesi e trasferendolo d’ufficio come giudice civile a L’Aquila. “Innocente ma punito”, è la sintesi amara di una vicenda in cui la sezione disciplinare ha applicato logiche diverse da quelle del diritto penale, confermando, secondo Padalino, l’esistenza di un sistema che non guarda al merito ma alla convenienza delle correnti.

Il sistema correntizio e l’ombra di Palamara

Analizzando le cause del suo isolamento, Padalino denuncia al Foglio la degenerazione delle correnti, che oggi controllano oltre il 90% dei magistrati. Ricorda con amarezza le file di colleghi davanti alla porta di Luca Palamara per ottenere incarichi o favori, un sistema di spartizione dove l’autonomia del singolo sparisce. Il suo errore, ammette, è stato pensare che bastasse fare bene il proprio lavoro per restare fuori dai giochi di potere: una convinzione che lo ha lasciato indifeso quando il meccanismo ha deciso di colpirlo.

Le riforme necessarie: separazione delle carriere e sorteggio

Proprio a causa di ciò che ha subito, Padalino spiega perché voterà Sì al referendum sulla giustizia. Sostiene la necessità della separazione delle carriere tra pm e giudici per evitare che chi decide sia troppo vicino a chi accusa. Ma la vera svolta, secondo il magistrato, sarebbe il sorteggio per l’elezione dei membri del Csm: l’unico modo per sottrarre l’organo di governo della magistratura al ricatto delle correnti e restituire dignità e responsabilità alla categoria. Chiede inoltre una revisione della responsabilità civile: se un magistrato sbaglia per negligenza, deve risponderne come ogni altro professionista.

Il mea culpa finale: le scuse alle vittime ignorate

L’intervista si chiude con un atto di contrizione senza precedenti. Padalino chiede scusa per aver ignorato, sin dai tempi in cui era gip a Milano durante Mani Pulite, le voci di chi si diceva vittima di ingiustizie. Ammette di aver minimizzato quegli errori, convinto che fossero incidenti fisiologici di un sistema sano. “Mi scuso per aver ignorato i mali e le devastazioni che un sistema fuori controllo continua a fare a troppe persone perbene”, conclude. Solo diventando lui stesso una vittima ha compreso il “delirio di onnipotenza” di una magistratura che, quando smette di avere il dubbio, diventa un pericolo per la libertà dei cittadini.

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