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Il Comune di Milano paga le spese mediche ai ratti

Milano

Di fronte a una città che fatica a trovare risorse per le priorità reali, la vicenda del topolino da 335 euro rischia di diventare il simbolo di una distorsione profonda nel modo in cui vengono spesi i soldi pubblici.

A Palazzo Marino, sede del Comune di Milano, è stata infatti approvata una spesa di 335 euro per cure veterinarie straordinarie destinate a un singolo topo, uno dei 71 roditori e 4 conigli sequestrati dai carabinieri in un appartamento cittadino. Gli animali sono stati affidati all’Associazione Vita da Cani O.D.V., realtà convenzionata con il Comune per l’accoglienza e la cura non solo di cani e gatti, ma anche di specie diverse rinvenute sul territorio urbano.

Secondo quanto riportato nella determina dirigenziale, il roditore versava in uno stato di “grave sofferenza” e, su segnalazione della responsabile della struttura, è stato ricoverato con urgenza presso la Clinica Veterinaria San Michele, specializzata anche nella cura dei roditori. Da qui il conto: visita specialistica e ricovero per un totale di 335 euro.

Il punto, tuttavia, non è la compassione per un animale sofferente. Il punto è il senso delle proporzioni. Il topo è, per definizione, una specie infestante. Vive mediamente uno o due anni, viene quotidianamente combattuto con interventi di derattizzazione finanziati dagli stessi enti pubblici e rappresenta un rischio sanitario concreto per l’uomo. Trasformarlo improvvisamente in destinatario di cure specialistiche a carico della collettività non è una conquista di civiltà: è una contraddizione amministrativa.

Mentre si faticano a trovare risorse per l’assistenza alle persone fragili, per la manutenzione delle scuole, per la sicurezza urbana o per il decoro degli spazi pubblici, il Comune arriva a spendere centinaia di euro per prolungare di qualche mese – forse di qualche settimana – la vita di un animale che, nella normalità, verrebbe eliminato senza esitazioni per ragioni di igiene e salute pubblica.

Questa non è tutela degli animali, ma retorica delle “pari opportunità” applicata in modo grottesco, dove il topo diventa un manifesto ideologico e la spesa pubblica perde ogni ancoraggio al buon senso. Nessuno invoca crudeltà gratuita; ma tra l’eutanasia veterinaria e una clinica specialistica pagata dai contribuenti, dovrebbe esistere una scala di priorità.

Il rischio, altrimenti, è chiaro: che Milano continui a presentarsi come una città dove tutto è simbolo, tutto è messaggio, tutto è bandiera – tranne la responsabilità nell’uso del denaro pubblico. E a pagare, come sempre, non sarà il topo, ma i cittadini.

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