Granelli assolto, ma il processo resta una sconfitta del diritto

Milano

“Assolto perché il fatto non sussiste”. Una formula piena, inequivocabile, che chiude due procedimenti penali che non avrebbero mai dovuto essere aperti. Marco Granelli, assessore del Comune di Milano, è stato assolto dalle accuse di concorso in omicidio stradale per la morte di Veronica D’Incà e Cristina Scozia, travolte e uccise mentre percorrevano piste ciclabili cittadine prive di cordolo di protezione. Assolti con lui anche i dirigenti comunali coinvolti.

I pubblici ministeri avevano chiesto condanne pesanti: un anno e quattro mesi per il primo caso, un anno per il secondo. L’impianto accusatorio poggiava su un’idea pericolosa: trasformare una scelta amministrativa e urbanistica — peraltro conforme al Codice della strada — in responsabilità penale per eventi tragici causati da dinamiche di traffico e da comportamenti individuali alla guida di mezzi pesanti.

Le sentenze ristabiliscono un principio elementare dello Stato di diritto: non esiste responsabilità penale senza violazione di legge, e non si può processare un assessore perché una politica pubblica non piace o perché produce effetti controversi. Qui c’è una vittima in più, oltre alle due donne tragicamente morte: ed è il diritto. Un diritto piegato, per anni, a una logica di supplenza giudiziaria del dibattito politico.

Questo processo non doveva neppure iniziare. È stato il frutto di una vicinanza malata tra funzione requirente e funzione giudicante, di un cortocircuito che alimenta il protagonismo penale su scelte che dovrebbero restare nel perimetro della responsabilità politica e amministrativa. È anche per casi come questo che la separazione delle carriere tra pm e giudici non è una bandiera ideologica, ma una garanzia democratica.

Detto questo, è necessario essere altrettanto chiari su un punto: l’assoluzione giudiziaria non cancella il giudizio politico, che resta — per molti — profondamente negativo. Le piste ciclabili disegnate sull’asfalto, senza protezioni fisiche, sono state una scelta discutibile, ideologica, spesso imposta senza un serio bilanciamento tra sicurezza, traffico e realtà urbana. Le vittime della strada a Milano continuano a essere troppe, e la retorica della “città gentile” non ha prodotto i risultati promessi.

Ma proprio per questo è fondamentale non confondere i piani. Granelli è correttamente innocente sul piano penale. Sul piano politico, invece, il bilancio resta critico, e non a caso il sindaco Sala gli ha tolto il referato alla Sicurezza già mesi fa, alleggerendolo da una delega che oggi nessuno nella maggioranza sembra voler assumere. Quella scelta, di natura esclusivamente politica, appare oggi come l’unica conseguenza legittima di una stagione amministrativa contestata.

Le dichiarazioni dell’assessore dopo la sentenza sono misurate e rispettose: il primo pensiero alle vittime, la rivendicazione del rispetto delle norme, il richiamo alla tecnologia per ridurre gli angoli ciechi dei mezzi pesanti. Tutto condivisibile. Ma resta una domanda di fondo che la politica milanese non può eludere: come si governa la mobilità senza trasformare la città in un campo di sperimentazione ideologica permanente?

L’assoluzione di Granelli chiude una pagina giudiziaria sbagliata. Ora sarebbe il caso di aprirne una nuova, finalmente politica, fondata su responsabilità vere, scelte misurabili e un principio semplice: la sicurezza stradale non si costruisce nei tribunali, ma nemmeno con le vernici sull’asfalto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.