La nuova ricerca coordinata dal sociologo della Statale Paolo Natale consegna a Milano una fotografia nitida, quasi impietosa, dello stato di salute politica della città. Il gradimento del sindaco Beppe Sala scivola al 41%, sette punti in meno in un anno e ventiquattro in meno rispetto al 2019, quando a promuoverlo erano due milanesi su tre. Una caduta costante, che però racconta solo metà della storia.
Perché il paradosso è che, mentre cala la fiducia nel sindaco, resta altissima la soddisfazione per la città e per i quartieri: l’87% dei residenti dà un voto positivo alla propria zona, un dato addirittura in crescita rispetto al 2024. Un risultato che attraversa tutti i confini della città: il centro storico arriva al 93%, le aree intorno a Isola-Garibaldi-Repubblica sfiorano il 99%, e persino nelle periferie Nord — tradizionalmente più critiche — si resta all’81%.
Città promossa, sindaco bocciato: un paradosso apparente
Nonostante questa visione complessivamente positiva sulla qualità della vita, i milanesi sono sempre più severi su alcuni nodi cruciali: manutenzione stradale (41%), sicurezza in calo nella periferia Sud, percezione peggiorata dell’integrazione degli stranieri, caro-casa che viene vissuto come una minaccia all’identità della città.
Tutto elementi che, inevitabilmente, si riflettono su Sala. Ma l’indagine di Natale aggiunge un dettaglio decisivo, troppo spesso ignorato: le bocciature più dure arrivano da chi non vota.
La gente che si lamenta di Sala semplicemente non vota
È questo il punto chiave della ricerca: gli astensionisti sono i più critici, con un gradimento che scende al 27%. Al contrario, tra chi vota — a sinistra o a destra non importa — Sala risale al 54%.
Significa che il malcontento più profondo non è rappresentato politicamente. Non vota, non partecipa, non si riconosce in alcun partito. È un pezzo largo di città, «il ventre molle», lo definisce Natale: cittadini apatici, disillusi, che ritengono Milano «peggioratissima» ma non trovano nessuno per cui valga la pena tornare alle urne.
E tra questi astensionisti ce n’è una fetta enorme che — numeri alla mano — non vota perché non trova un candidato credibile del centrodestra. Dai tempi di Albertini, lo dicono tutti i dati, non c’è stato un nome capace di parlare a quella metà di città che vorrebbe cambiare ma non ha lo strumento per farlo.
Se il centrodestra trova un candidato decente, i sondaggi saltano
Questo è forse l’insegnamento politico più evidente: la partita a Milano non è affatto chiusa. La crisi di consenso di Sala non è la crescita della sinistra: è vuoto, abbandono, assenza di alternative.
In altre parole:
se il centrodestra pesca un candidato anche solo “appena decente”, l’intero quadro politico salta.
Lo dimostrano due dati:
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Il 59% dà un giudizio negativo al sindaco.
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Il bacino degli scontenti coincide con quello di chi non vota.
Un candidato credibile potrebbe rimettere in moto proprio quell’area. Una parte di Milano aspetta solo un nome per tornare alle urne. E la sinistra lo sa: per questo la tranquillità apparente del centrosinistra è molto più fragile di quanto sembri.
È ora di chiedere responsabilità ai partiti: serve un nome vero
Il punto è questo: non esiste un candidato civico “puro” capace di mobilitare gli elettori. Non esiste perché, se davvero esterno ai partiti, non avrebbe le reti, non avrebbe l’organizzazione, e soprattutto non avrebbe le motivazioni per convincere gli astenuti.
Il mito del “civico che salva tutto” è una scorciatoia narrativa buona per le conferenze stampa, non per vincere a Milano.
È il momento — se il centrodestra vuole davvero competere — di un atto politico serio:
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sacrificare qualche poltrona romana;
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accettare anche nomi non del proprio partito;
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trovare un profilo forte, riconosciuto, spendibile.
Milano non si conquista con candidati di seconda schiera o con scelte di equilibrio tra correnti. Serve un nome vero. Uno che parli alla città e non solo alle segreterie.
Il voto è appaltato ai tifosi: la politica è morta, resta solo la curva
La ricerca di Natale lo dice chiaramente: il voto oggi è degli ultras della politica, di chi ha già deciso a prescindere. Tutti gli altri, la maggioranza silenziosa, si è ritirata su un altro campo.
La politica tradizionale non li intercetta, i partiti non li cercano, le proposte non arrivano. Così Milano rischia di diventare una città governata dai “fedelissimi”, non dai cittadini. Una minoranza che decide per tutti.
E questo è un problema enorme per la democrazia urbana.
Sala scende, Milano guarda altrove
Il calo del sindaco è reale, evidente, strutturale. Ma non significa che a Milano stia crescendo un’alternativa progressista o che il centrosinistra sia più forte. Significa, semplicemente, che la città si sta allontanando dalla politica.
E che, oggi più che mai, **la vittoria non sarà di chi convince di più, ma di chi riuscirà a portare i propri a votare.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.
Purtroppo milano è una città anomala pee via dell’elevata eterogeneità dei cittadini, delle troppe differenze culturali e sociali. Vota chi ha interessi diretti, e per assurdo gli interessi più solidi li hanno i sinistroidi che nulla hanno a che vedere con la ‘fu sinistra’. Poi ci sono gli anziani che ancora vivono di reconditi di una politica che non c’è più ma che purtroppo continuano a sostenere per un ‘callo mentale’ difficile da discutere per un confronto. milano non è più la città delle opportunità, ma è degli opportunisti che appoggiano e votano chi dà loro uno spazio per guadagnare o per avere continuità sulle diverse coperture sociali che garantiscono un buon tornacconto sulle entrate famigliari, permissivismi vari (tra cui occupazioni o priorità sulle graduatorie), benefici di diverse tipologie tra cui spazi diversificati e benefici economici (associazioni in apposite liste che contribuiscono a loro volta di appoggiare i candidati).
La sfida la vedo difficile anche per le prossime elezioni.
Se solo i negozianti e i commercianti fossero residenti a milano, allora ci sarebbe una vittoria sicura dell’opposizione. A volerla pensare in questo contesto, non è che la distruzione in questi anni di loro ‘gestione’ dei negozi commerciali ecc.. sia stata una mossa subdola per riuscire a eliminare questa concorrenza elettorale? No, non credo proprio. Anche perché sarebbe troppo intelligente attuare un programma del genere.
Intanto però l’opposizione si trova purtroppo in difficoltà ancora prima di pensare a chi mettere in campo e cisa presentare mentre la maggioranza si sta portando avanti e sa dove e come mettere le mani.
Sta di fatto che il governo dovrebbe cambiare le leggi sul voto per evitare l’assenteismo alle urne che purtroppo sta sempre più aumentando in questi ultimi anni. Perché questa è l’arma principale dei sinistroidi.