C’è una frase, nell’intervista dell’assessore Romani a Milano Today, che merita più di una semplice alzata di sopracciglio. Parlando dell’ufficio anagrafe, Romani afferma:
“L’ufficio anagrafe, per esempio, non è solo un gestore di carte (Milano produce circa 216mila carte d’identità all’anno), ma un luogo dove cogliamo delle spie su situazioni sociali e politiche complesse.”
Proviamo, per amore di discussione, ad assumere che l’assessore fosse pienamente consapevole della portata delle sue parole. E che dunque non si tratti di uno svarione, né di un’imprecisione.
1. Diamo per buono che Romani sapesse bene ciò che stava dicendo
Se davvero l’assessore intendeva ciò che ha detto, la questione diventa immediatamente politica – e molto seria. Attribuire all’anagrafe un ruolo di osservatorio politico, o peggio di luogo da cui trarre “spie”, significa rompere un confine sacro dello Stato liberale: quello tra amministrazione e controllo politico.
2. Ammettiamo pure che le anagrafi, notoriamente in affanno, abbiano persino tempo per altro
Facciamo anche questo sforzo di immaginazione: quegli uffici che impiegano mesi per fissare un appuntamento per una semplice carta d’identità sarebbero, oltre che sovraccarichi, anche in grado di monitorare fenomeni politici e sociali complessi.
Viene quasi da complimentarsi: un ufficio che fatica a garantire il minimo indispensabile, improvvisamente promosso a centro studi sociopolitico.
3. Ma il Comune che raccoglie “spie politiche” tramite l’anagrafe è cosa gravissima
Il punto è semplice: l’anagrafe non è – né deve diventare – uno strumento di intelligence politica.
L’anagrafe registra residenze, stati civili, dati anagrafici: è un servizio pubblico essenziale, privo di qualsiasi finalità investigativa. Se l’assessore ritiene che da lì si debbano trarre indizi sulle dinamiche politiche cittadine, allora siamo davanti a un problema istituzionale di prim’ordine.
4. Se fossimo di sinistra lo chiameremmo “eversione”.
Noi ci limitiamo a osservare una verità più semplice: raccogliere dati politici al di fuori della legge è contrario alle norme, oltre che allo spirito della Costituzione.
Non serve scomodare il grande lessico dei pericoli democratici: basta ricordare che il trattamento dei dati sensibili – e quelli politici lo sono per definizione – è rigidamente regolato. Non può essere fatto “perché l’assessore trova spie”.
5. E nell’audio pare anche che questi dati finiscano a non meglio precisate associazioni
Questo è forse l’aspetto più inquietante. Se davvero esiste un flusso informativo che parte dagli uffici comunali e arriva a realtà esterne, non istituzionali, la vicenda assume contorni che chiunque, a qualsiasi latitudine politica, dovrebbe trovare inaccettabili.
Si parla di dati dei cittadini milanesi. Non di opinioni. Non di chiacchiere. Dati amministrativi trattati – a detta dell’assessore – con finalità politiche, e forse condivisi con soggetti che non dovrebbero avervi accesso.
A questo punto, delle due l’una
O l’assessore chiarisce immediatamente di aver detto una sciocchezza, di essersi espressa male, e smentisce ogni lettura “politica” dell’anagrafe;
oppure il sindaco deve prendere atto che chi usa l’anagrafe come se fosse un servizio di intelligence non può dirigerla.
In una città che pretende di essere moderna, europea e rispettosa dei diritti, l’anagrafe deve restare ciò che è: un servizio per i cittadini, non un osservatorio politico camuffato.
Se l’assessore intende davvero usarla per “cogliere spie”, allora sì, il rimpasto ha già un secondo posto pronto.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.