Le opposizioni – Pd, M5S e Avs – chiedono l’azzeramento del Consiglio del Garante della Privacy dopo le rivelazioni di Report. Elly Schlein parla di “sistema opaco” e di “necessità di un segnale di discontinuità”. Giuseppe Conte rincara, evocando i soliti “conflitti di interesse” e promettendo una legge sul tema. A fargli eco, il coro di Ruotolo, Boccia e De Cristofaro, tutti uniti nel chiedere le dimissioni “immediate” del vertice dell’Autorità.
La premier Giorgia Meloni, intercettata all’aeroporto di Bari, ha ricordato un punto semplice ma fondamentale:
“L’Autority non è di nostra competenza. L’azzeramento spetta al collegio. E ricordo che questo Garante è stato eletto durante il governo giallorosso, con presidente in quota Pd e componenti indicati da Pd e M5S”.
Meloni ha ragione: è da turisti della democrazia pretendere che il governo “faccia dimettere” i membri di un’Autorità indipendente. Quelle parole, al netto delle tensioni politiche, dovrebbero bastare a chi conosce la Costituzione e la distinzione tra potere politico e autorità di garanzia.
Indipendenza non significa ingenuità
È altrettanto da analfabeti della politica credere che soggetti nominati dal Parlamento possano essere “apolitici” o “sopra le parti” per natura. L’Autorità è indipendente non perché priva di biografie politiche, ma perché il suo operato è vincolato da legge, collegialità e trasparenza, non dalla purezza dei curriculum.
E ancora: è da occasionali della privacy pensare che chiunque nel settore possa non avere relazioni, consulenze o collaborazioni pregresse. Chiunque lavori davvero in materia di dati personali sa bene che i confini sono stretti e il mercato è interconnesso: solo un accademico che non ha mai messo il naso fuori dall’aula può vantarsi di non aver mai avuto potenziali conflitti.
La deriva giustizialista del giornalismo d’inchiesta
La vicenda è nata da un’inchiesta giornalistica che, da strumento di controllo, si è trasformata in tribunale mediatico. Report ha diffuso nomi, incontri, e-mail, ricostruzioni a effetto. Ma il risultato è che oggi un’Autorità della Repubblica viene messa alla gogna non da un giudice, bensì da una trasmissione televisiva che si autoproclama custode della moralità pubblica.
Io lavoro nel campo della privacy da più di otto anni e trovo francamente intollerabile che la storia del Garante – persino di questo Garante, con tutti i suoi limiti – finisca così. Parliamoci chiaro: se si dà a Report la possibilità di appellarsi al tribunale della strada per uscire gratis da una sanzione, cosa racconteremo a tutte le aziende che in questi anni hanno pagato multe per decisioni ben più discutibili?
Il provvedimento contestato – che avrebbe dovuto riguardare semmai l’Ordine dei Giornalisti – si è trasformato in una campagna di linciaggio pubblico. Si è consentito a una trasmissione televisiva di acquisire e divulgare mail interne di un’Autorità indipendente, arrivando oggi a pretendere l’azzeramento del suo Consiglio.
Riforma, non demolizione
Se azzeramento deve essere, che sia almeno l’esito di una procedura parlamentare, trasparente e democratica.
Una riforma seria può essere utile: servono criteri più rigorosi per la nomina, incompatibilità chiare, e soprattutto un modello di finanziamento che garantisca piena indipendenza economica.
Ma ciò che oggi si propone non è una riforma: è una faida interna alla sinistra, un regolamento di conti che rischia di demolire un altro pilastro dello Stato di diritto.
E come spesso accade, lo si distrugge senza sostituirlo con nulla di valore.
Conclusione
La politica dovrebbe difendere le istituzioni, non usarle come bersaglio di una battaglia d’immagine.
Perché l’indipendenza non si proclama: si rispetta.
E un Paese che affida la giustizia alla televisione non tutela la libertà di stampa, ma la svende al miglior share.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.