Dei delitti e del pene

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A che serve il diritto penale liberale? L’altro giorno il premier Conte ha scioccato mezza comunità giuridica nazionale affermando che per agire, nel contesto del crollo di Genova, non si potesse certo aspettare il decorso della giustizia. Lenta, garantista, farraginosa. la Giustizia, intesa come interpretazione liberale del diritto sta andando fuori moda. Ai tempi di Facebook, tutto deve essere istantaneo. Incluso il processo. Tranne la pena, in particolare se la vittima è donna. Oh, no. Quella deve essere imperitura, mai dimenticata, adamantina. Il problema è che questo nuovo diritto di origini digitale non ha un codice formalizzato. E questo porta ad infinite lotte di potere tra fazioni, per implementarne i delitti puniti. Entri, dunque, il caso del giorno: l’abuso sessuale.

Un tempo era una prestazione sessuale estorta con la violenza, la coercizione o comunque mancante di consenso. Poi sono arrivate le Statunitensi del #MeToo e tutto è cambiato. Il delitto di stupro è sempre stato difficile da portare in tribunale. Principalmente, la difficoltà sta in tutti quei casi in cui la violenza non è meno perniciosa, ma è più nascosta, più subdola. Per garantire il massimo di protezione alla vittima, non calpestando gli innocenti, la credibilità è stata sempre il punto cardine dei verdetti. Ovvero, quanto raccontato deve avere una qualche forma di corroborazione. Del contesto, della situazione, dell’atto. Altrimenti la cosa non regge, l’accusa non viene provata e da vittima si viene degradati a calunniatori, nella peggiore delle ipotesi.

Nel tribunale multimediale allestito dalle femministe Hollywoodiane non funziona così. La vittima ha sempre, per definizione, ragione. E lo status di vittima viene attribuito sulla base di due sole circostanze: raccontare una storia di violenza ed essere donna. La donna, per definizione, non mente. Al limite si consente all’uomo molestato da un altro uomo uno status transitorio di vittima. Ma è un permesso temporaneo. La vittima, così intesa, non può essere accusata, non può essere contraddetta, e la sua parola è verità. È giudizio, giusto in ogni sua richiesta, anche la più estrema. L’uomo, se accusato, è colpevole. Subito, senza appello possibile. Brizzi sparisce dai cartelloni, anche se non vedrà mai l’interno di un tribunale perché le accuse sono ridicole. Weinstein in tribunale domina, fuori viene aggredito per strada.

Se l’accusata è donna, la vittima un uomo minorenne, invece, partono le sottili difese. La Aspesi invoca la sorellanza. La Trevisan accetta le scuse ignobili che ogni donna stuprata si è sentita rivolgere (lo voleva, è solo alla ricerca di denaro, vuole solo visibilità). E questa, signori, non è incoerenza. È una nuova e parallela forma di diritto penale social e digitale. In cui il pene è la prova inconfutabile di un reato che ha solo bisogno di un contesto. E, siccome si viene condannati per i delitti e non per i contesti, le accuse sono in sé irrilevanti. Weinstein, Brizzi, tutti gli altri sono colpevoli in quanto uomini. E vanno buttati fuori per questo. Le donne non commettono violenza. Mai.

Quindi, signori, e il maschile è voluto, preparatevi. Siete i prossimi della lista. Qualsiasi cosa abbiate fatto. O non abbiate fatto. E se per caso, Dio non voglia, vi trovate ad additare le incoerenze, la mancanza di credibilità, il cinismo, la doppia morale di qualche paladina del #MeToo colta con le mani nella marmellata dopo aver distrutto un minorenne, sappiate che siete in torto. Per definizione lo siete. Lo stupratore era la vittima. Semplicemente perché non esistono uomini che siano vittime, ma solo stupratori che il tribunale social non ha avuto ancora modo di giudicare. E l’ironia è fuori luogo. Sta succedendo davvero, sta succedendo oggi. Sta succedendo anche qui da noi. E non crediate che passi molto prima che la cosa esploda in mano alle femministe ed a rimetterci, paradossalmente, saranno proprio le donne.

Nel caso ve lo steste domandando in questo pezzo manca il nome di una donna. Non è un caso.

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