I dati shock di Save the Children: in cinque anni le segnalazioni per possesso di armi sono esplose. I presidi chiedono i metal detector.
L’immagine della scuola come luogo sicuro e di crescita sta lasciando il posto a una realtà inquietante, fatta di lame, tirapugni e violenza gratuita. I dati diffusi dal Polo Ricerche di Save the Children, in collaborazione con i ministeri della Giustizia e dell’Interno, tracciano un quadro allarmante: la circolazione di armi tra i minorenni non è più un fenomeno isolato, ma una vera e propria emergenza sociale.
I numeri di un’emergenza silenziosa
Il dato più drammatico riguarda il raddoppio delle segnalazioni in appena cinque anni. Dal 2019 al 2024, i minori fermati con armi improprie (coltelli, mazze, catene, storditori elettrici) sono passati da 778 a 1.946. Una crescita esponenziale che non accenna a fermarsi: solo nei primi sei mesi del 2025, le segnalazioni sono già oltre mille.
Sebbene l’Italia mantenga tassi di criminalità minorile più bassi rispetto ad altri colossi europei come Germania o Francia, l’aumento della violenza “di strada” e scolastica nel nostro Paese è un segnale che non può essere ignorato.
Il grido d’aiuto dei presidi
La tragica morte di Abanoud Youssef, lo studente ucciso proprio all’interno di un istituto a La Spezia, ha segnato un punto di non ritorno. Il timore che le aule si trasformino in zone a rischio ha spinto i dirigenti scolastici a chiedere misure drastiche.
“Non possiamo restare a guardare aspettando il prossimo accoltellamento”, denuncia Attilio Fratta, presidente del sindacato dei dirigenti scolastici. La proposta di installare metal detector all’ingresso degli istituti, un tempo considerata estrema, oggi viene vista da molti come un passo necessario per garantire l’incolumità di studenti e personale. Non è più solo una questione di disciplina, ma di sopravvivenza in un contesto dove il conflitto viene risolto sempre più spesso con la punta di una lama.
Oltre la repressione: una questione giovanile
Mentre la politica discute di sicurezza, le associazioni sottolineano che il problema è più profondo. Giorgia D’Errico di Save the Children invita a non fermarsi alla sola cronaca nera, ma a interrogarsi sul perché così tanti giovani sentano il bisogno di uscire di casa armati. La mancanza di prospettive, il disagio psicologico post-pandemia e la cultura della sopraffazione richiedono interventi che vadano oltre il semplice controllo dei cancelli.
Il rischio, se non si interviene subito, è quello di rassegnarsi a una scuola-fortezza, dove il metallo dei metal detector sostituisce il dialogo e la fiducia.
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