Milano 9 Settembre – Cosa sia successo nell’androne di quel palazzo Fiorentino, oggi, non possiamo saperlo. Gli elementi escono alla spicciolata, come i ragazzi e le ragazze dal bar dove sono stati chiamati i Carabinieri a sedare una rissa, quella stessa notte. Sappiamo, ce lo dicono le telecamere, che i due militi accusati di stupro hanno, effettivamente, raccolto due giovani alticce. Decisamente ubriache, forse. Che le hanno portate a casa. Che si trattenuti venti minuti. Che le due ragazze hanno chiamato subito l’ambulanza. Che nell’androne ci sono tracce biologiche. Che non sono state riscontrate su di loro tracce di violenza. Violenza fisica, attenzione. Che non sono state udite urla. Ad oggi questo è quello che si sa. Si parla di elementi di verità nei racconti delle due giovani Statunitensi. Ed è inconfutabile. Questo caso si preannuncia complesso, perché si giocherà tutto su un aspetto legale complesso: quanta coercizione c’è nel semplice trovarsi davanti, senza controllo (presumibilmente), a due uomini in divisa? Quanto ubriache erano le due donne? La ministra Pinotti, dicastero della difesa, ha già messo le mani avanti: se fossero colpevoli, la cosa sarebbe più grave, in quanto Carabinieri. Nulla da eccepire. D’altronde per noi non tutti gli stupri sono uguali, lo abbiamo sempre, pacificamente ammesso. Ma, se ricordo bene, da sinistra si sosteneva che questa fosse ipocrisia. Ve la ricordate la campagna contro la Serracchiani che aveva osato sostenere la stessa cosa? Ovvero che taluni stupri fossero più gravi? Ecco, non sento critiche alla Pinotti. E non è un caso.
In Italia, da sempre, abbiamo sempre bisogno di raccontare la Storia attraverso contrapposizioni. Vere o artefatte. Negli anni Settanta, per ogni atto di sangue della sinistra, ce ne doveva essere uno di destra. E che questo fosse davvero commesso da fascisti era del tutto irrilevante. L’importante è che la narrazione fosse in equilibrio. A costo di infangare degli uomini in divisa, a costo di costruire i depistaggi che servivano per tenere in piedi questo modo di raccontare la vicenda. Nella lotta alla Mafia, anni 80, anche senza alcuna prova, si è dovuto necessariamente speculare sulle responsabilità dello Stato. Non era ammissibile che i mafiosi avessero fatto tutto da soli. No, ci doveva essere qualcuno, uno o più esponenti delle forze dell’ordine da accusare di complicità. Trovati, infangati e magari detenuti, il conto del macellaio è andato in pari e ce ne siamo disinteressati. E se tutto questo è sconfinato negli anni 90, appena girato l’angolo nel nuovo millennio, Placanica ha dovuto pagare sul suo corpo le ferite di Genova. Quello di Giuliani non è stato un omicidio. Ma non importava a nessuno, a quel punto. Lui doveva pagare. Ed ha pagato. Oggi, all’arma, si chiede quello che si è sempre chiesto, da parte di qualcuno: farsi carico, in silenzio e con dignità, di riequilibrare i conti. Firenze deve bilanciare Rimini.
Per quanto le due vicende siano molto diverse. Per quanto questo caso sia dolorosamente dubbio. Per quanto si trascinerà per mesi, se non per anni. I due ormai sono stati marchiati con il segno dell’infamia. Capiamoci. Comunque finisca, se anche avessero avuto rapporti consenzienti, a nessuno dei due dovrebbe più essere consentito di permanere nell’Arma. Non si fa sesso in servizi. Non si abbandona il turno. Da soldati, non si disonora la divisa. Mai. Quindi, colpevoli, a quanto ne sappiamo ora, lo sono. Di cosa, si vedrà al processo. Ma, prima di arrivarci, qualcuno troverà il modo di caricare loro, e tutti i commilitoni, dell’astio e del veleno accumulato in questi giorni. E, ancora una volta, a tutta l’Arma, compresi gli eroi, i martiri e gli uomini e le donne che ogni giorno fanno con disciplina e professionalità il proprio dovere, sarà chiesto, in maniera impropria ed ingiusta, di portare sulle proprie spalle l’Onore d’Italia. E loro lo faranno. L’hanno sempre fatto. Con umiltà. E con dignità. Che è molto più di quello che si può dire del branco di iene che sui social gli si sono già gettati contro.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.