Più che a manifestare fuori dalla Scala, Beppe Sala starebbe bene dentro, a piroettare con Roberto Bolle. Con una differenza: nella danza i cambi di direzione seguono una coreografia, nella politica del sindaco di Milano sembra bastare l’ultima conferenza stampa. Dopo le polemiche con il governo sulla gestione degli scontri, dalla riunione in prefettura è uscito un primo cittadino che mette al primo posto «il controllo e la repressione». E che precisa, per evitare equivoci, di non essere «per niente contrario» all’arrivo di cinquecento militari, anche con un ruolo dinamico sul territorio.
Bene. Sono parole giuste. Proprio per questo meritano di essere prese sul serio e confrontate con quelle dei giorni precedenti. Domenica 18 ottobre Sala aveva puntato il dito sul numero degli agenti: «Non ce l’ho con il questore, ma ha avuto pochi poliziotti in piazza». Piantedosi gli aveva risposto accusandolo di spostare l’attenzione dalle violenze. Tre giorni dopo, dal vertice arriva la piena condivisione degli obiettivi. La collaborazione istituzionale è una buona notizia per Milano. Resta da capire perché, per arrivarci, sia stato necessario passare dalla polemica pubblica con chi oggi viene riconosciuto come interlocutore di una risposta comune.
Chiedere più agenti e accogliere i militari, naturalmente, non è una contraddizione. La giravolta riguarda soprattutto il messaggio politico: prima il confronto si concentra sull’insufficienza della risposta statale, poi il sindaco rivendica la priorità della repressione. Sarebbe utile che questa nuova chiarezza diventasse una linea stabile, riconoscibile anche quando si tratta di discutere con il proprio campo politico.
Perché nella stessa area che sostiene Palazzo Marino c’è Lorenzo Pacini, assessore del Pd al Municipio 1 e candidato alla successione di Sala, che dopo la manifestazione ha parlato di «repressione da parte della polizia veramente ingiustificata». Ha inoltre espresso solidarietà ai ragazzi che, secondo la sua ricostruzione, avevano subito pestaggi da parte delle forze dell’ordine. Sono affermazioni precise, pesanti, che chiamano in causa il comportamento degli agenti.
Ecco il punto che Sala dovrebbe affrontare. La repressione che oggi indica come prioritaria come si concilia con quella che Pacini ha denunciato come ingiustificata? Naturalmente ogni intervento può essere valutato e ogni eventuale abuso deve essere accertato. Ma proprio per questo servono fatti e responsabilità individuate, non accuse generali contro la polizia. Se il sindaco vuole davvero evitare ambiguità, il chiarimento deve cominciare da casa sua. Pronunciare una parola in prefettura è facile; sostenerne le conseguenze davanti ai propri alleati richiede qualcosa di più.
C’è poi il modo in cui Sala descrive l’attesa per sabato. Avverte che potrebbe essere una giornata delicata, teme nuove presenze violente e possibili contrapposizioni in piazza, ma invita a evitare la psicosi delle chiusure dei negozi. L’intenzione è comprensibile. Un commerciante, però, deve decidere se alzare la saracinesca sapendo chi proteggerà il suo lavoro. Dopo aver visto le devastazioni, la prudenza non diventa irragionevole soltanto perché disturba l’immagine di una città che vorrebbe continuare a vivere normalmente.
La normalità si garantisce. Non si chiede ai negozianti di interpretarla, tenendo aperto mentre la politica annuncia un altro sabato a rischio. E la partecipazione democratica si difende permettendo a chi manifesta pacificamente di farlo, impedendo a chi cerca lo scontro di sequestrare le piazze e lasciando agli altri cittadini la libertà di attraversarle.
Anche il richiamo di Sala al problema generazionale merita una risposta concreta. Comprendere le cause della violenza è un lavoro necessario, ma non può diventare una stanza nella quale rinchiudere le responsabilità individuali fino a farle scomparire. Chi devasta un negozio risponde di ciò che fa. Le politiche educative e sociali devono procedere insieme alla tutela immediata delle persone, senza trasformarsi nell’ennesima parentesi che indebolisce una condanna appena pronunciata.
Alla manifestazione davanti alla Scala il sindaco porta dunque una domanda che riguarda prima di tutto il suo schieramento: la sicurezza è finalmente una priorità anche quando impone di contraddire chi denuncia genericamente la repressione della polizia? Il presidio contro la violenza, al quale Sala ha annunciato la propria partecipazione, può avere un significato se quella chiarezza regge anche dentro il centrosinistra.
Milano può certamente accogliere un cambio di posizione, purché produca decisioni e continuità. Sala cominci allora da Pacini: dica che cosa pensa di quelle parole e quale linea intende sostenere. Altrimenti, tra una denuncia della repressione nel suo campo e una sua riscoperta in prefettura, resterà soprattutto il movimento. E per quello, davanti alla Scala, il palcoscenico è davvero a pochi passi.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.
Peppe sala sempre più inadeguato e imbarazzante