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Milano ferma i cantieri, il conto lo pagano i poveri

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Milano ha bisogno di case, ma continua a impantanarsi sull’urbanistica. Attira studenti e lavoratori, poi rende sempre più difficile trovare un’abitazione compatibile con uno stipendio normale. Il richiamo arrivato dall’assemblea di Assolombarda mette il dito in questa contraddizione: secondo il presidente Alvise Biffi, ci sono ancora 3,2 milioni di metri quadrati da riqualificare, con spazio per studentati, abitazioni convenzionate, uffici e altre funzioni. Una possibilità di sviluppo che richiede di superare lo stallo burocratico e tornare a progettare la città.

Il punto politico è proprio questo. Dopo le inchieste sull’urbanistica, Milano deve ristabilire certezza nelle regole e capacità di decidere. Accertare eventuali illeciti è necessario. Lasciare che l’incertezza paralizzi anche gli interventi legittimi significa aggiungere un danno collettivo alle vicende oggetto delle indagini. Già a maggio il presidente dell’Ordine degli architetti milanesi denunciava uffici sempre più bloccati e pratiche lentissime. Palazzo Marino ha la responsabilità di far funzionare l’amministrazione: esaminare i progetti, chiedere le correzioni necessarie, autorizzare quelli conformi e respingere quelli che non lo sono.

Ogni rinvio ha un costo. Un’area dismessa che resta inutilizzata non offre un solo appartamento a una giovane coppia. Un edificio abbandonato non ospita studenti, non accoglie famiglie, non restituisce servizi al quartiere. I buchi nel tessuto urbano sono occasioni perdute: spazi già segnati dall’attività umana che potrebbero essere recuperati, collegati alla città e rimessi a disposizione di chi la vive.

È qui che l’ideologia dei talebani green mostra la sua contraddizione più evidente. Quando ogni trasformazione viene trattata come una minaccia e ogni nuova costruzione come una colpa, anche il recupero dell’esistente diventa un percorso a ostacoli. Eppure rammendare il tessuto urbano significa proprio utilizzare meglio ciò che è già urbanizzato: sostituire immobili inutilizzabili, bonificare aree compromesse, costruire abitazioni insieme a verde, servizi e collegamenti. La qualità ambientale dovrebbe orientare questi interventi, renderli migliori e più utili.

Il conto dell’immobilismo, soprattutto, non si distribuisce in modo uguale. Chi ha redditi elevati può permettersi di scegliere. Chi possiede già una casa risente meno della scarsità di alternative. Un lavoratore con uno stipendio basso, invece, deve accettare un alloggio più piccolo, condividere gli spazi oppure allontanarsi. Alla spesa dell’affitto si aggiungono così il costo degli spostamenti e le ore sottratte alla famiglia. Per chi ha meno, una casa lontana dal lavoro può diventare una seconda penalizzazione.

Il blocco dell’offerta non è l’unica causa del caro abitare, ma ostacolare la realizzazione di nuove abitazioni rende più difficile affrontarlo. Non basta denunciare gli affitti elevati: bisogna creare alternative. Servono edilizia pubblica, alloggi convenzionati, residenze universitarie e un mercato capace di offrire più possibilità. Le case destinate ai redditi bassi devono essere previste negli interventi, con obblighi chiari e verificabili. La loro realizzazione, però, richiede che gli interventi arrivino davvero in fondo.

La proposta di Assolombarda sugli alloggi per i dipendenti va in questa direzione. L’associazione chiede agevolazioni fiscali per favorire il sostegno delle imprese all’abitare: secondo le sue stime, la misura potrebbe interessare oltre 280 mila lavoratori in Italia, con un costo annuo a regime di 551 milioni di euro per lo Stato. È una proposta da valutare, che riconosce quanto la disponibilità di una casa incida sulla possibilità di accettare un lavoro e costruire un futuro.

Ma sostenere gli affitti deve accompagnarsi alla disponibilità di abitazioni. Il prossimo sindaco dovrà assumersi questa responsabilità: dare tempi certi alle pratiche, recuperare gli spazi abbandonati e pretendere che la rigenerazione produca anche case accessibili. Una città socialmente giusta si misura dalla possibilità di viverci con un reddito normale. Lasciare Milano incompleta, costosa e sempre più selettiva significa far pagare ai poveri il prezzo delle indecisioni e dei veti di chi una casa, spesso, ce l’ha già.

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