Cristina Trivulzio Belgiojoso, la principessa ribelle che ha lottato per l’Italia e per le donne

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I luoghi e le persone di Milano tra storia, leggenda e attualità

Nel ciclo dedicato alle donne che hanno contribuito a “fare” Milano, Cristina Trivulzio di Belgiojoso occupa un posto particolare. Non è stata soltanto una nobildonna e una mecenate: è stata patriota, giornalista, scrittrice, organizzatrice politica e riformatrice sociale, con una libertà personale davvero inconsueta per una donna dell’Ottocento.

E’ nata a Milano il 28 giugno 1808, figlia del marchese Gerolamo Trivulzio e di Vittoria Gherardini. Apparteneva dunque a una delle famiglie più antiche e potenti della nobiltà milanese, la stessa stirpe del celebre condottiero Gian Giacomo Trivulzio. Il padre è morto quando Cristina era ancora bambina e la madre si è poi risposata con Alessandro Visconti d’Aragona.

Proprio l’ambiente familiare l’ha avvicinata precocemente alle idee liberali: quando aveva 13 anni il patrigno è stato arrestato e processato dai governanti austriaci in seguiti ai moti del 1820-21, e la sua insegnante di disegno, Ernesta Bisi, frequentava ambienti vicini alla Carboneria.

A soli sedici anni, nel 1824, Cristina ha sposato il principe Emilio Barbiano di Belgiojoso d’Este, contro le preferenze della famiglia non tanto per ragioni politiche –pur essendo per buona parte austriacante –ma perché aveva scelto il cugino Giorgio Trivulzio. Il matrimonio è però stato di breve durata: i due si sono separati dopo pochi anni, pur senza divorziare formalmente.

L’ attività politica di Cristina l’ha rapidamente resa sospetta alle autorità austriache che l’hanno posta sotto sorveglianza perché si spostava  continuamente per l’Italia  fungendo da contatto tra diversi ambienti cospirativi: una vera militante della causa nazionale italiana.

Giuseppe Mazzini

Si è infine stabilita a Parigi, dove è diventata una delle figure più conosciute dell’emigrazione italiana. Ha sostenuto economicamente anche Giuseppe Mazzini: nel 1834 gli ha fornito una notevole somma destinata alla spedizione di Savoia, ricavata dalla vendita dei propri gioielli. A Parigi ha poi costituito uno dei salotti culturali più celebri dell’epoca. Vi sono passati personaggi come Hugo, Heine, Dumas,  Sand, Liszt, Chopin, Bellini, Rossini, Gioberti e Tommaseo. Non era quindi semplicemente una padrona di casa aristocratica: il suo salotto era diventato un vero crocevia politico e culturale europeo.

Tornata in Lombardia intorno al 1840, Cristina si è ritirata nelle proprietà familiari di Locate Triulzi, dove ha cercato di migliorare concretamente le condizioni dei contadini. Ha promosso scuole, asili e iniziative assistenziali e professionali, comprese forme di istruzione rivolte anche alle bambine: iniziative molto innovative per l’epoca. Le sue idee risentivano anche delle correnti sociali francesi di Saint-Simon e Fourier.

Quando nel marzo 1848 Milano si è sollevata contro gli Austriaci, Cristina si trovava a Napoli, ultima tappa di un giro per l’Italia onde stringere rapporti con i protagonisti del movimento nazionale e diffondere le proprie idee attraverso giornali, incontri e ambienti liberali. In quegli anni è passata anche da Firenze e Roma, ha incontrato uomini come Cavour, Balbo, Tommaseo, Montanelli e Carlo Alberto.

Quando a Milano è scoppiata l’insurrezione del marzo 1848 ha raccolto 200 volontari e si è imbarcata per Milano sul piroscafo Virgilio per prendere parte alla causa risorgimentale, entrando in città con i suoi uomini in colonna sventolando il tricolore. Successivamente ha fondato giornali politici come Il Crociato e La Croce di Savoia, sostenendo l’unione della Lombardia al Piemonte.

L’anno successivo è stata a Roma durante la Repubblica Romana del 1849. Qui ha ricevuto l’incarico di organizzare e dirigere l’assistenza negli ospedali militari durante l’assedio francese. Ha mobilitato numerose donne come infermiere volontarie e ha organizzato l’assistenza ai feriti. Questo episodio è diventato uno dei momenti più celebrati della sua biografia.

Dopo la caduta della Repubblica Romana è stata nuovamente costretta all’esilio e ha trascorso diversi anni nell’Asia Minore, esperienza che avrebbe raccontato nei suoi scritti di viaggio.

Cristina è stata anche una giornalista e saggista assai prolifica. Ha scritto di politica, religione, filosofia, storia e condizioni sociali. Nel 1860 ha pubblicato l’Histoire de la maison de Savoie e nello stesso periodo ha fondato a Milano il giornale politico L’Italie.

Nel 1838 è nata la sua unica figlia, Maria. La paternità è rimasta controversa: Cristina ha sostenuto che il padre fosse il marito Emilio; alcuni biografi hanno invece ritenuto possibile che fosse lo scrittore François Mignet, conosciuto a Parigi. Dopo una lunga vicenda giudiziaria, nel 1860 il tribunale di Milano ha attribuito legalmente la paternità a Emilio Belgiojoso.

Il suo monumento davanti al palazzo di famiglia

E’ morta nel 1871, dopo aver visto realizzata l’Unità d’Italia alla quale aveva dedicato gran parte della propria vita. Una rivoluzionaria senza uniforme, che accorreva là dove si apriva uno spiraglio di libertà, mettendo al servizio della causa italiana il proprio denaro, la propria intelligenza e una straordinaria capacità organizzativa.

Una curiosità. Cristina era molto ricca, ma durante l’esilio ha attraversato anche periodi nei quali, sequestrati i suoi beni dagli Austriaci, ha dovuto procurarsi autonomamente delle entrate: a Parigi ha dipinto per mantenersi.

Il 15 settembre 2021, nel 150° della morte, è stata inaugurata a Milano in piazza Belgioioso, davanti al palazzo di famiglia, una statua in bronzo opera dello scultore Giuseppe Bergomi, la prima statua dedicata dal Comune di Milano a una donna. Nel settembre scorso, per il quinto anniversario della statua, la Fondazione ha organizzato in piazza Belgiojoso Il Salotto di Cristina, aperto dall’intervento di Alessandro Brivio Sforza, presidente della Fondazione omonima.

Particolarmente attuale lo scritto di Cristina del 1866“Della presente condizione delle donne e del loro avvenire”, nel quale ha affrontato apertamente il problema dell’emancipazione femminile. Una sua frase rende molto bene il senso della battaglia: “Che le donne felici e stimate del futuro… ricordino con un po’ di gratitudine i nomi di quante hanno aperto la strada.”

Ben Sicchiero

A cura di Assoedilizia informa

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