parcheggi disabili

Invalida al 100%, ma non abbastanza per essere accompagnata

Ultime Notizie

È invalida totale, cammina con il bastone, procede a piccoli passi, deve appoggiarsi per cambiare posizione e presenta un rischio elevato di caduta. La forza agli arti inferiori è sensibilmente ridotta, una grave compromissione visiva limita ulteriormente la sua autonomia e gli accertamenti clinici certificano che necessita di aiuto per lavarsi, vestirsi, muoversi e, in alcune circostanze, persino alimentarsi. Eppure, secondo la bozza della consulenza tecnica disposta nell’ambito di un accertamento preventivo, tutto questo non sarebbe sufficiente per riconoscerle l’indennità di accompagnamento.

La vicenda riguarda una donna lombarda, della quale è doveroso tutelare integralmente l’identità e la riservatezza. Per anni ha lavorato come collaboratrice scolastica e oggi dispone di risorse economiche limitate, tanto da non aver potuto nominare un proprio consulente tecnico di parte. Nel procedimento, dunque, la valutazione sanitaria è affidata unicamente al consulente nominato dal Tribunale, le cui conclusioni assumono inevitabilmente un peso particolarmente rilevante.

La documentazione sanitaria descrive un quadro complesso, conseguenza di gravi patologie neurologiche e di ulteriori problemi cardiaci, visivi e muscolo-scheletrici. La stessa commissione competente le ha riconosciuto un’invalidità del 100 per cento, la condizione di handicap grave e una riduzione permanente delle capacità motorie.

Durante l’accertamento è stato rilevato che la donna conserva soltanto tre attività fondamentali della vita quotidiana su sei e quattro attività strumentali su otto. Numeri che, tradotti dal linguaggio medico, raccontano una persona capace di svolgere autonomamente soltanto una parte delle azioni che scandiscono la giornata. Una precedente valutazione specialistica aveva indicato la necessità di assistenza e supervisione per attività essenziali come lavarsi, vestirsi, nutrirsi e deambulare. Anche il test utilizzato per misurare equilibrio e capacità di cammino ha restituito un risultato compatibile con un rischio significativo di caduta.

E qui emerge il paradosso. La consulenza riconosce tutte queste limitazioni, ma conclude che la donna sarebbe ancora in grado di camminare con un “ausilio semplice”, cioè con il bastone, e conserverebbe alcune autonomie residue. Il bisogno di aiuto viene quindi qualificato come parziale e riferito soltanto a specifiche attività, non continuo e indispensabile. Di conseguenza non sarebbero integrati i requisiti per l’accompagnamento.

Il giudizio espresso dal consulente assume un peso ancora maggiore proprio perché la donna, non avendo la disponibilità economica necessaria, non ha potuto farsi assistere da un proprio medico legale. Da una parte si trova quindi una persona fragile, con un passato da lavoratrice della scuola e risorse modeste; dall’altra una valutazione tecnica destinata a incidere profondamente sul riconoscimento di un sostegno essenziale per la sua vita quotidiana.

In sostanza, il fatto che una persona riesca ancora a compiere qualche gesto autonomamente finisce per prevalere sull’insieme delle difficoltà certificate. Poco importa che cammini lentamente e in modo insicuro, che debba fermarsi ripetutamente anche per percorrere distanze modeste, che abbia bisogno di appoggiarsi nei passaggi posturali o che gli stessi medici abbiano segnalato la necessità di assistenza in diverse attività quotidiane. Non essendo completamente immobile e non dipendendo da qualcuno in ogni singolo momento, il suo bisogno rischia di rimanere fuori dalla tutela.

Resta dunque l’assurdità concreta di un sistema nel quale una persona può essere riconosciuta invalida al 100 per cento, gravemente compromessa nella mobilità e bisognosa di assistenza per metà delle attività fondamentali della vita, ma contemporaneamente considerata ancora troppo autonoma per ricevere l’accompagnamento. Una distanza enorme tra le categorie formali e la vita reale, nella quale anche alzarsi, vestirsi o attraversare una stanza possono diventare prove quotidiane.

Il problema non è soltanto economico. È il modo in cui viene misurata la dignità di una persona fragile. L’autonomia non dovrebbe essere valutata chiedendosi se qualcuno riesca, con fatica e correndo rischi, a compiere ancora qualche gesto da solo. Dovrebbe essere valutata considerando se quella persona possa condurre la propria vita quotidiana in condizioni ragionevoli di sicurezza e senza dipendere stabilmente dall’aiuto degli altri. È in questa differenza che, troppo spesso, le persone più vulnerabili finiscono intrappolate.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Moderazione dei commenti attiva. Il tuo commento non apparirà immediatamente.

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.