Il caffè non cresce sugli alberi, ma il prezzo sì!

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Dalla siccità in Brasile alla tazzina del bar: perché il nostro espresso costa il 24,2% in più in cinque anni.

Una volta bastavano mille lire; oggi, per un caffè al bar, possiamo arrivare a spendere un euro e mezzo; no, non è nostalgia da pensionati: è matematica.
La tazzina più famosa d’Italia ha perso nel tempo uno dei suoi superpoteri: essere piccola, veloce e quasi sempre economica.
Secondo l’ultima rilevazione del Centro di formazione e ricerca sui consumi, realizzata in collaborazione con Assoutenti sui dati del Mimit, oggi in Italia un espresso costa mediamente 1,29 euro; nel 2021 ne bastavano 1,04; vale a dire che in cinque anni c’è stato un rincaro del 24,2%
Una cifra che detta così sembra quasi innocua; ma proviamo a moltiplicarla per 365 giorni: chi prende un caffè al bar ogni mattina, in cinque anni, si trova a spendere circa 456 euro in più rispetto al prezzo medio del 2021.
Insomma, la tazzina è piccola, il conto un po’ meno…
E naturalmente non tutti gli italiani pagano allo stesso modo: a Bolzano l’espresso arriva mediamente a 1,51 euro, a Pescara a 1,49, mentre a Messina si ferma a 1,06; sono undici le province dove il prezzo ha raggiunto o superato 1,40 euro.
E Milano?
Qui arriva una piccola consolazione per noi milanesi: la città che sembra riuscire a trasformare in lusso quasi tutto ciò che tocca, almeno sul caffè non è sul podio. In Lombardia la tazzina più cara è quella di Mantova, a 1,37 euro; seguono Brescia e Cremona a 1,30. Milano è a 1,27, davanti a Lecco, Bergamo, Lodi e Varese.
Insomma, Milano può tirare un sospiro di sollievo: sul caffè, per una volta, non siamo campioni d’Italia!
Una consolazione piccola, proprio come la tazzina.
Ma perché il nostro espresso è diventato così caro?
La risposta più semplice sarebbe: perché è aumentato il caffè.
Quella più interessante, invece, è che dietro quei pochi grammi di polvere nera c’è praticamente il mondo intero.
Per cominciare, il caffè che beviamo in Italia non nasce qui; noi siamo maestri nel tostarlo, miscelarlo e trasformarlo in espresso, ma il chicco arriva da molto lontano, soprattutto da Paesi come Brasile e Vietnam.
E qui il clima comincia a presentare il conto.
Il caffè è una coltura delicata: ha bisogno di temperature e piogge abbastanza precise; poco o troppo caldo, così come poca o troppa acqua possono compromettere i raccolti: in Vietnam, per esempio, il prolungato clima secco ha provocato nella stagione 2023/24 un calo stimato della produzione del 20%.
Il cambiamento climatico, quindi, non è più soltanto una questione da conferenze internazionali; può arrivare direttamente sul nostro bancone: una pianta in Brasile può contribuire a far aumentare il prezzo di un espresso a Milano.
È la globalizzazione spiegata in una tazzina.
E non sembra esserci un’improvvisa invasione di nuovi bevitori di espresso capace da sola di spiegare questi aumenti; il nostro amore per il caffè è antico e ostinato, ma la questione interessante è un’altra: noi italiani siamo particolarmente affezionati al “rito”.
Possiamo rinunciare a qualcosa, cercare un’offerta migliore, cambiare marca, ma il “solito” al bar è un’altra cosa.
Il cliente magari guarda il prezzo, sospira, commenta con l’amico che “ormai costa tutto una follia” e poi, trenta secondi dopo:
“Un caffè, grazie.”
Questa fedeltà rende la domanda relativamente resistente agli aumenti; e quando l’offerta si restringe, o diventa più costosa, il prezzo può salire senza far sparire dall’oggi al domani la fila davanti al bancone: è la regola di mercato.
C’è poi un’altra cosa, da considerare quando guardiamo la cifra sullo scontrino; dentro quei 1,29 euro non ci sono soltanto pochi grammi di caffè: ci sono il barista, il locale, l’affitto, l’elettricità della macchina, l’acqua, la manutenzione, la pulizia, il trasporto, le tasse, e tutto ciò che serve per trasformare un chicco arrivato dall’altra parte del mondo in un espresso che ci viene servito in pochi secondi.
E negli ultimi anni molti di questi costi sono aumentati.
Anche trasportare il caffè è diventato più complicato e costoso, mentre le quotazioni internazionali della materia prima hanno subito forti oscillazioni; nel 2024, ad esempio, condizioni climatiche avverse hanno contribuito a una forte crescita dei prezzi mondiali del caffè.
Perciò attribuire tutto al barista che “ha aumentato il caffè” è un po’ come dare la colpa al termometro perché abbiamo la febbre: la tazzina registra una lunga catena di costi che comincia molto prima che il barista prema il pulsante della macchina.
Ed eccoci al paradosso.
Il caffè nasce dall’altra parte del mondo, dipende dal clima del Brasile o del Vietnam, viaggia per migliaia di chilometri, passa attraverso mercati internazionali, viene tostato e miscelato in Italia e infine arriva al bar.
A quel punto tutto quel viaggio finisce in una tazzina che spesso beviamo in piedi, in due minuti…e magari mentre controlliamo il telefono.
Il caffè è un prodotto completamente globale che noi abbiamo trasformato in un rito interamente italiano.
Ed è forse anche per questo che continuiamo a berlo nonostante il prezzo; perché non compriamo soltanto il caffè: compriamo
quei due minuti, la pausa, la chiacchiera, il “buongiorno”.
E soprattutto quel piccolo lusso quotidiano che, almeno fino a qualche anno fa, sembrava non doverci costare quasi nulla.
Oggi costa 1,29 euro in media; ma se questa cifra continuerà a salire prima o poi dovremo smettere di chiamarlo “il solito”.
Dovremo cominciare a chiamarlo l’investimento quotidiano”.
E magari, al prossimo aumento, chiedere al barista se almeno ci danno anche il prospetto finanziario.

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