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Sala prima caccia la borghesia da Milano, poi ne sente la mancanza

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Il sindaco Beppe Sala scopre improvvisamente che la borghesia milanese “si è ripiegata su se stessa” e che a Milano “si è persa la capacità di progettare il futuro attraverso la creazione della ricchezza”. Una presa di coscienza tardiva, quasi surreale, dopo dieci anni di amministrazione che hanno trasformato Milano in una vetrina internazionale scintillante ma sempre meno vivibile per il suo ceto medio produttivo.

Perché la verità è semplice: la borghesia milanese non si è “spenta”. È stata espulsa. Lentamente, fiscalmente, culturalmente e urbanisticamente.
È stata cacciata da una città diventata una Disneyland di cartapesta, dove tutto costa troppo: case, servizi, parcheggi, ristoranti, perfino la normalità quotidiana. Una città costruita per turisti, fondi immobiliari e transienti globali, ma sempre meno per chi a Milano lavora, produce, cresce figli e tiene in piedi il tessuto economico reale.

Sala oggi si domanda dove siano finiti gli imprenditori, i professionisti, i corpi intermedi, quella borghesia capace di “fare sistema”. Ma negli stessi anni il modello Milano celebrato da Palazzo Marino ha reso impossibile proprio a quel mondo continuare a vivere stabilmente in città.
Chi guadagna bene ma non è milionario viene progressivamente spinto fuori: verso l’hinterland, verso altre città, verso una vita più sostenibile economicamente e socialmente.

Eppure, nonostante tutto, la “cara Grazia” milanese regge ancora. Resiste persino dopo essere stata sfrattata dal Municipio 1 da un’amministrazione che troppo spesso ha preferito inseguire mode ideologiche e operazioni d’immagine invece di difendere l’identità sociale della città.

Nell’intervista, però, emerge anche un elemento di verità che merita di essere riconosciuto. Finalmente Sala trova il coraggio di dire ciò che per anni è stato negato o minimizzato: la maggioranza dei reati di strada è commessa da persone di origine straniera.
Ci sono voluti dieci anni, aggressioni quotidiane, stazioni fuori controllo, baby gang, degrado diffuso e cittadini esasperati. Ma almeno, finalmente, il problema viene nominato.

Non è “mancanza di buonismo” dirlo, come prova a precisare il sindaco. È semplicemente realtà. Ed è esattamente quello che i milanesi denunciano da anni mentre venivano accusati di allarmismo o peggio.

Il punto finale dell’intervista è forse il più rivelatore. Sala attribuisce parte delle difficoltà a una “sinistra giudicante”. Ma il problema non è una sinistra che giudica troppo. Il problema è avere preso in giro per anni il proprio elettorato raccontando una Milano inclusiva, sostenibile e progressista mentre diventava sempre più cara, insicura ed escludente.

E allora non bisogna stupirsi se oggi anche dentro la maggioranza crescono malumori, distinguo e ribellioni. Perché quando la propaganda si scontra troppo a lungo con la vita reale, prima o poi, la realtà presenta il conto.

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