Milano tra record di milionari e nuove povertà: la forbice sociale si allarga sempre di più

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Pubblichiamo in originale questo articolo di Arcipelago, un’analisi lucida e impietosa sulla profonda trasformazione economica e sociale di Milano. Tra il primato globale per concentrazione di milionari e il drammatico aumento dei lavoratori poveri, il testo fotografa una città frammentata, dove la crisi del ceto medio e l’emergenza abitativa stanno ridefinendo l’identità stessa del capoluogo lombardo.

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Qualche mese fa, abbiamo appreso grazie al Sole 24 Ore che Milano è la città con il più alto tasso di milionari al mondo: uno ogni dodici abitanti. Si precisa: con un patrimonio liquido di almeno un milione di dollari. Gli immobili non contano. C’è di che gloriarsi e sicuramente il sindaco Sala non mancherà di farlo, lui che della “attrattività” cittadina ha sempre sventolato la bandiera e che si vede ora ben più ricco di New York, Londra, Parigi…. Tra quei milionari ovviamente si contano anche un po’ di miliardari e in questo caso, visto l’ovvia esiguità del numero, si potrebbero pure indicare i nomi, da Miuccia Prada con Patrizio Bertelli alla famiglia Rocca, alla famiglia Caprotti, a Giorgio Armani, che purtroppo non c’è più: altri si godranno i suoi soldi.

I conti in tasca ai milanesi li ha controllati Hanley & Partners, che scopriamo essere “leader mondiale nella consulenza per la residenza e la cittadinanza offrendo soluzioni di pianificazione per investitori e imprenditori”, settanta uffici nel mondo, per aiutare, chi può, a scegliere dove pagare meno tasse e ottenere più agevolazioni.

Accanto agli studi di Hanley & Partners, si possono leggere però anche quelli della Caritas Ambrosiana, grazie ai quali si scopre ad esempio che si dilata l’area del “working poor”, del lavoro povero cioè, della condizione di chi un lavoro ce l’ha, ma guadagna troppo poco o troppo a intermittenza e che quindi è costretto ad allungare la fila di chi attende di nutrirsi al Pane quotidiano.

Denuncia il rapporto 2024 della Caritas: “La fragilità occupazionale è sempre stata un tratto delle persone che si rivolgono ai centri di ascolto, ma l’andamento degli ultimi anni testimonia la profonda trasformazione del mercato del lavoro, e del fenomeno stesso della povertà… Se nel 2016 quasi i due terzi del campione Caritas erano rappresentati da persone disoccupate e solo il 14,5 per cento da lavoratori poveri, nel 2024 quasi una persona su quattro tra quelle incontrate e ascoltate (24,6 per cento) è in possesso di un’occupazione. Che, nei fatti, non garantisce reddito sufficiente e condizioni di vita dignitose”.

L’accostamento potrebbe essere tacciato di demagogia, ma è una bella fotografia della nostra città (si potrebbe dire del mondo intero, ma è qui che stiamo). Del resto i ricchi possono servire: senza i ricchi come potrebbero vivere i poveri?

La realtà non si disegna e non si esaurisce nel rapporto/scontro tra Hanley & Partners e Caritas Ambrosiana. Esiste pure una “zona grigia” (l’espressione è di uno storico, Claudio Pavone, che definì così quel cospicuo pezzo della società italiana che con la sua indifferenza e con il suo opportunismo consentì l’affermazione del fascismo e la sua ventennale sopravvivenza).

“Zona grigia” è adesso quel generico ceto medio di cui ci raccontava qualche giorno fa la cronaca del Corriere della Sera, impoverito, preoccupato, forse rassegnato: sempre meno pagato, sempre più in deficit di potere d’acquisto. Esemplificava il titolo: “Ceto medio, in 10 anni redditi su del 2,4 %/ ma il costo della vita è aumentato del 20 %”. Precisava il Corriere che quel decennale aumento corrisponderebbe a novecento euro. Il costo della vita sarebbe cresciuto però dieci volte tanto. Aggiungeva il giornale di via Solferino: “Per la fascia dei redditi sotto i 26 mila euro, in un decennio lo scenario è ancora più disarmante: il reddito medio dichiarato nel 2014 era di 12.751 euro, nel 2024 è addirittura inferiore (12.540 euro)”.

L’articolo, di Gianni Santucci, andrebbe letto tutto, ma qui arriviamo quasi alla sua conclusione: “… un terzo di tutto il reddito milanese, 14 miliardi di euro, viene dichiarato dai cinquantamila contribuenti sul picco della piramide”. Quelli che possono vantare ormai una ricchezza “mastodontica” rispetto a quella porzione che tocca invece a impiegati del Comune, dell’ATM, dell’AEM, di aziende e istituzioni private e pubbliche, delle banche, ai commessi e negozianti, ad artigiani e operai, a infermieri e insegnanti, quelli che insomma devono garantire a tutti le possibilità di esistere…

La forbice dunque si allarga senza che si possa immaginare un’inversione di tendenza, in una quotidianità che così, al di là delle apparenze, rischia di farsi meno ricca di cultura, di forza, persino di speranze e di giustizia. Rischia di cancellare quello “spirito” della città, che si fonda su relazioni solide strette tra i suoi abitanti.

In una mostra alla Fondazione Mudima (fino al 5 giugno) le foto di Uliano Lucas, sotto il titolo “Dentro la fabbrica”, raccontano una città del lavoro e una idea positiva di futuro. Una immagine, famosissima, ritrae l’arrivo, appena fuori la Centrale, di un immigrato, con una scatola di cartone sulle spalle e una valigia in mano. Dietro di lui, verso il cielo, si stacca il grattacielo Pirelli. Una immagine simbolo, che dice insieme di progresso, di crescita, di volontà, di fiducia. E di conflitti e di lotte.

Oggi, a dar conto del cambiamento, si potrebbero fotografare, nello stesso piazzale, immigrati fuori da ogni probabilità di integrazione e il popolo dei trolley. Anche in questo caso una “forbice” tra gli ultimi della terra e gli ignari consumatori delle affittanze brevi, ormai gestite da autentiche multinazionali della speculazione, consumatori che accorrono in concomitanza dei cosiddetti “eventi” e che risultano, inconsapevoli protagonisti della gentrificazione della città, di quel fenomeno cioè che ne sta ridefinendo la composizione, costringendo i residenti storici in periferia o, sempre più di frequente, oltre i confini urbani.

Una emigrazione anche questa, obbligata perché gli affitti e in costi di acquisto delle abitazioni dentro le mura sono schizzati alle stelle. Niente mercato, niente concorrenza, si potrebbe evocare ciò che in economia si definisce “oligopolio collusivo”. Il paradosso è che mentre si alzano grattacieli, torri, interi quartieri, la casa diventa sempre più il sogno proibito dei poveri e degli impoveriti e campo di gioco della finanza internazionale, che specula e prospera, in una misura tale che la generalmente inerte Unione europea si è sentita di promettere con solennità: bisogna porre dei limiti e intervenire per fermare la progressiva finanziarizzazione dell’edilizia.

Se si scrive di “finanziarizzazione” si rischia di confondere le acque. Diciamo che i palazzinari del dopoguerra, colpevoli ovunque delle più oscene rapine ai danni dei centri urbani, hanno lasciato il posto ai fondi immobiliari, più accorti e più aggraziati nei “rendering” delle loro imprese e soprattutto più potenti, soprattutto se si sceglie la strada non tanto dell’abuso brutale quanto della impari contrattazione (che può sempre celare l’abuso) con le pubbliche amministrazioni…

Milano, accanto al record dei milionari, può presentare altri primati: l’aumento degli affitti tra il 2020 e il 2025 del 22 per cento, con punte che salgono al cinquanta per cento, la vendita di un appartamento di quindici metri quadri (senza vivibilità) 270 mila euro, su cento alloggi solo due di edilizia popolare (contro una media europea dell’otto per cento) e in compenso sedicimila chiusi per condizioni precarie (in gran parte regionali). È vero che siamo un popolo di proprietari e chi non lo è ambisce a diventarlo. Il mutuo accompagna le generazioni, ma non è un gran segno di modernità invecchiare incatenati agli stessi mattoni. La società cambia, cambia la sua composizione, cambiano le modalità di accesso alla scuola, al lavoro, persino agli orientamenti culturali, e forse un po’ di mobilità in più non farebbe male.

La domanda, alla fine, è sempre la stessa: che fare? Forse, anche in questo, c’è di mezzo qualcosa che riguarda la cittadinanza, una democrazia offesa, diritti negati. Forse è stata imboccata una strada irreversibile, troppo impari il confronto tra le amministrazioni, di qualsiasi colore, e il grande capitale internazionale, troppo convincente e lusinghiera la sua ricchezza. Che inevitabilmente può sedurre chiunque e soprattutto che non ce l’ha.

Oreste Pivetta (Arcipelago)

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