Nel quartiere di Villa San Giovanni, a Milano, si torna a discutere dell’utilizzo degli spazi pubblici per iniziative rivolte a singole comunità linguistiche e culturali. Al centro delle polemiche c’è un servizio di “aiuto compiti” promosso in lingua araba in via Miramare, organizzato all’interno di una scuola pubblica e accessibile tramite iscrizione a un’associazione.
La questione non riguarda soltanto il costo dell’iscrizione o la natura associativa dell’iniziativa. Il punto politico e culturale è un altro: quale modello di integrazione si sta costruendo nei quartieri periferici della città?
Se un’attività scolastica o parascolastica viene svolta esclusivamente in arabo, in una struttura pubblica, il rischio evidente è quello di rafforzare comunità parallele invece di favorire una reale inclusione. L’integrazione, per definizione, dovrebbe creare occasioni di incontro, condivisione linguistica e partecipazione comune. Quando invece si moltiplicano attività costruite attorno a una sola identità etnica o religiosa, il risultato può diventare l’opposto: separazione culturale e frammentazione sociale.
Non è la prima volta che il quartiere vive situazioni di questo tipo. Negli anni scorsi si era discusso molto del Centro Donna, poi fortunatamente trasferito altrove, così come continuano a emergere interrogativi sulle attività estive legate all’insegnamento del Corano organizzate in ambito scolastico o parascolastico. Episodi differenti, certo, ma accomunati da una stessa impostazione: concentrare risorse, attenzione e spazi pubblici quasi esclusivamente su una specifica comunità.
Ed è qui che nasce una domanda inevitabile: perché Milano sembra ricordarsi solo di alcune comunità e ignorarne sistematicamente altre?
Nel territorio di Villa San Giovanni e più in generale nel quadrante nord-est della città vive da anni una presenza filippina molto ampia, perfettamente integrata nel tessuto sociale e lavorativo. Una comunità numericamente rilevante, spesso invisibile nel dibattito pubblico e raramente destinataria di progettualità dedicate o spazi specifici. Eppure rappresenta uno degli esempi più concreti di integrazione riuscita: famiglie inserite, partecipazione alla vita cittadina, forte attenzione all’istruzione e al lavoro.
La sensazione, sempre più diffusa tra i residenti, è che esista una politica delle “comunità privilegiate”, dove alcune realtà ricevono costante attenzione istituzionale mentre altre vengono completamente trascurate. Ma una città davvero multiculturale non può funzionare selezionando interlocutori preferenziali o trasformando le scuole pubbliche in spazi identitari.
La scuola dovrebbe essere il luogo dell’incontro tra differenze, non della loro separazione. Se si organizzano attività di sostegno allo studio, queste dovrebbero avere come obiettivo principale il rafforzamento della lingua italiana, il coinvolgimento delle famiglie nel contesto civico e la costruzione di relazioni aperte a tutti gli studenti del quartiere, indipendentemente dall’origine.
Milano ha bisogno di integrazione autentica, non di micro-società chiuse che convivono senza parlarsi. Perché quando lo spazio pubblico smette di unire e comincia a dividere, il prezzo lo paga l’intera comunità cittadina.

Giornalista pubblicista, opera da molti anni nel settore della compliance aziendale, del marketing e della comunicazione.