L’intervento di Paolo Venturi, direttore di Aiccon. «“Social” è una parola che consola. Ma se il design non redistribuisce potere, resta solo estetica con buone intenzioni».
La macchina del valore e l’esclusione urbana
Ogni anno, per una settimana, Milano si trasforma in una macchina straordinariamente efficiente: centinaia di migliaia di visitatori, flussi finanziari, aperitivi e networking globale. Il Fuorisalone produce valore, ma la domanda sollevata da Bertram Niessen (cheFare) su VITA resta essenziale: valore per chi?
La risposta è politica prima ancora che economica. Da Expo 2015, Milano è diventata una città globale: attrattiva e connessa, ma anche segnata da un’accelerazione della rendita immobiliare che ha espulso intere generazioni dai propri quartieri. In questo contesto, il termine “creativo” è diventato spesso sinonimo di esclusione. Il design spettacolare ha accompagnato questa traiettoria, non per malafede, ma per un’indifferenza strutturale.
Dal design “per” il sociale al design come “ownership”
Il problema non è se il design si occupi della città, ma come lo faccia. Da anni l’etichetta “social design” definisce progetti per persone fragili o installazioni sulle disuguaglianze. Interventi spesso utili e di indubbia bellezza, ma esiste una differenza sostanziale tra un design che produce effetti sociali e uno che redistribuisce potere.
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Nel primo caso: il designer elabora un’idea e la offre alla comunità.
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Nel secondo caso: la comunità — chi abita, chi è fragile, chi non ha voce — è co-autrice, non destinataria.
La distinzione non riguarda la sensibilità, ma la struttura e la proprietà del progetto (ownership). È il confine che separa il paternalismo benintenzionato dalla trasformazione reale.
Il diritto di produrre la città
Lefebvre lo scrisse mezzo secolo fa: il diritto alla città non è il semplice diritto di usare gli spazi, ma il diritto di produrli. Jane Jacobs lo ha dimostrato nei fatti: le città vivono quando chi le abita ne è protagonista attivo, non quando riceve soluzioni “chiavi in mano” da urbanisti e archistar.
Queste intuizioni non sono mai state così attuali. La gentrificazione è l’esatto opposto: uno spazio riscritto per qualcuno che ancora non c’è, a scapito di chi c’era già. Progettare la città non è mai un atto neutro, perché implica sempre una distribuzione di risorse, accessi e futuro.
Il designer come facilitatore di processi
Il social design, inteso come processo trasformativo, rovescia la logica tradizionale: non parte dalla forma per arrivare alle persone, ma viceversa. In questo schema, il designer non rinuncia alla propria competenza, ma cambia ruolo: da autore a facilitatore.
Questo richiede un livello di professionalità superiore: bisogna saper gestire l’incertezza, mediare istanze contraddittorie e valorizzare l’intelligenza delle comunità locali. Nelle economie di luogo, la competenza decisiva è attivare risorse preesistenti. Qui la partecipazione non è un passaggio burocratico o una consultazione a progetto già scritto, ma la sua struttura portante.
La vera metrica dell’impatto
In ultima analisi, la domanda da porsi non è quante persone siano state raggiunte, ma: chi ha più potere di prima? Se la risposta è “nessuno”, allora il progetto non ha generato reale valore pubblico.
La Design Week di Milano mostra ciò che il design può fare quando è al servizio del mercato. Sarebbe affascinante scoprire cosa potrebbe diventare se fosse, finalmente, al servizio degli abitanti.
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