In Italia esiste una legge dal 1986 per eliminare le barriere architettoniche. Il problema? Nella maggior parte dei Comuninon esiste, o meglio: esiste sulla carta, ma spesso non nella realtà quotidiana.
Si chiama PEBA, cioè: Piano per l’Eliminazione delle Barriere Architettoniche, e riguarda qualcosa di molto semplice, cioè la possibilità di muoversi, camminare su un marciapiede senza affrontare ostacoli, salire su un autobus, entrare in un ufficio pubblico, in un ristorante ecc. ecc.
Cose normali, ma per alcuni, purtroppo, non ancora.
Il PEBA, in teoria, è uno strumento concreto perchè ogni Comune dovrebbe mappare le barriere presenti, e pianificare gli interventi per eliminarle; non è un’idea astratta bensì un piano operativo.
Eppure, a quarant’anni dalla sua introduzione, la situazione resta piuttosto frammentata: soltanto una parte dei Comuni lo ha adottato davvero, e ancora meno lo ha trasformato in interventi concreti.
Milano, ad esempio, è spesso citata come esempio positivo: ha adottato il PEBA e ha ricevuto riconoscimenti europei, avviando diversi progetti sull’accessibilità, (tra cui il riconoscimento all’interno dell’Access City Award promosso dalla Commissione Europea).
Eppure, basta camminare per rendersi conto che la realtà è più complessa: marciapiedi stretti, spesso occupati dai dehors, scivoli mancanti o difficili da utilizzare, attraversamenti non sempre accessibili.
E poi le metropolitane, con ascensori più volte fuori servizio, e scale mobili in manutenzione.
Ci sono vie, come via Ornato in zona Niguarda, dove è già difficile passare a piedi; figuriamoci con una carrozzina o un passeggino.
Ma non è un caso isolato, come il centro storico e Brera, dove ci sono strade piuttosto anguste da costringere al transito in fila indiana; inoltre, recenti cantieri per la rimozione del pavé in via Torino e in via Cesare Correnti creano temporaneamente “imbuti” difficoltosi al transito, anche dei pedoni.
Proseguiamo con il quartiere di Baggio, dove è stata più volte segnalata una forte carenza di scivoli agli incroci, che rende difficile la salita e discesa dai marciapiedi. Per non parlare di Viale Padova, dove i marciapiedi sono spesso ridotti e discontinui, e finiamo citando viale Monza che, oltre alla pericolosissima pista ciclabile, ha diversi tratti dove gli attraversamenti e gli scivoli risultano ancora insufficienti rispetto ai flussi reali.
Anche molti esercizi commerciali non rispettano le norme del PEBA: gradini all’ingresso e quindi mancanza di scivoli, e spazi non adeguati. (Fonti: osservazione diretta del territorio urbano,e segnalazioni ricorrenti sull’accessibilità cittadina e mobilità pedonale).
Se invece si guarda ad alcune città europee, il contrasto diventa evidente. Vienna, ad esempio, è spesso citata come un modello di accessibilità urbana; negli anni ha lavorato in modo sistematico su trasporti e spazi pubblici, rendendo l’accessibilità parte integrante della progettazione.
Lo stesso vale per la città spagnola di Saragozza, che si è distinta a livello europeo per le sue politiche di accessibilità, vincendo il prestigioso Access City Award 2026, un premio che riconosce gli sforzi delle città nel rendere gli spazi urbani, i trasporti e i servizi accessibili a tutti, inclusi i cittadini con disabilità. Saragozza ha ottenuto questo importante riconoscimento nell’edizione 2026 del premio UE, superando altre città finaliste come Valencia e la “nostra” Piacenza, grazie ad un approccio inclusivo e alla pianificazione strutturale dell’accessibilità, non come un elemento isolato, a sè stante, ma come parte integrante della pianificazione urbana, della mobilità e dei servizi ai cittadini. L’Access City Award è inoltre strettamente correlato ai principi del PEBA (legge 41/1986 e successive), che l’Italia dovrebbe quindi applicare al meglio, essendo finalizzati a superare le barriere negli edifici e negli spazi pubblici.
Città come Vienna e Saragozza vengono pertanto regolarmente citate come “le più accessibili a livello europeo”.
La differenza, quindi, non è nelle leggi, dal momento che l’Italia, da questo punto di vista, è stata anche lungimirante: il PEBA rappresenta uno strumento chiaro e concreto, che potrebbe rivelarsi pienamente efficace se tradotto in pratica.
La differenza è nell’applicazione, nella continuità, e nella priorità che si decide di dare a questi temi.
E qui la mia riflessione torna inevitabilmente a Milano, una città amministrata dalla stessa area politica da oltre quindici anni, che ha avviato progetti, ricevuto riconoscimenti, elaborato piani; ma che continua a presentare criticità molto evidenti nella vita quotidiana.
Allora, forse, il punto non è più “cosa fare”, ma “quanto” si è davvero deciso di fare!
Perché eliminare una barriera architettonica non è solo un lavoro pubblico, è un messaggio.
Riguarda in primis le persone con disabilità, certo, ma anche gli anziani, i genitori con un passeggino, chi ha subìto un infortunio temporaneo, ecc. ecc.
Riguarda, in fondo, tutti.
Forse il punto è proprio questo: non è un problema tecnico, è una scelta.
La scelta di progettare spazi che includano, oppure no.
Perchè una rampa non è solo una rampa, è il modo in cui una città decide chi può farne parte.

Bell’articolo che evidenzia come tra la teoria e la sua attuazione ci sia di mezzo un abisso.
Evidentemente a Milano vanno più di moda le piste ciclabili….vedi l’ultimo obbrobrio sul ponte della Ghisolfa. Che per la nostra amministrazione i ciclisti siano più importanti dei disabili?
Mah….