Enzo Tortora e l’orrore giudiziario: il dovere della memoria secondo l’Avv. Della Valle

Attualità
L’avvocato Raffaele Della Valle

Il caso Tortora, come ribadito dall’avvocato Raffaele Della Valle in un editoriale per il quotidiano Libero, non può essere derubricato a una semplice svista giudiziaria. Sono trascorsi più di quarant’anni da quando Enzo subì la mortificazione più grave: l’arresto con l’infamante accusa di essere un sodale della camorra, lui che era il giornalista serio e competente che l’Italia conosceva, oltre che il cittadino onesto e probo che tutti sapevano. Si è trattato di un vero orrore giudiziario, consegnato alla peggiore storia giudiziaria, umana e civile del nostro Paese.

L’avvocato Della Valle respinge con fermezza la narrazione che talvolta emerge oggi in alcune trasmissioni televisive, dove la verità viene nascosta per sdoganare falsità e dove la testimonianza diretta di chi ha vissuto quei momenti viene ignorata. Si assiste a ricostruzioni quasi misericordiose e buoniste, improntate al dimenticare il passato, che tentano di coprire le gravissime responsabilità deontologiche, morali e professionali di chi ha dato vita a quella vicenda, avviandola e vagliandola fino al primo grado.

Questa è la verità che deve essere gridata al Paese e ricordata a tutti i cittadini, un impegno che l’avvocato porta avanti anche attraverso il libro scritto con Francesco Kostner, “Quando l’Italia perse la faccia. L’orrore giudiziario che travolse Enzo Tortora”. Quanti indugiano in interpretazioni edulcorate dovrebbero tenere conto di questa testimonianza per valutare attentamente i fatti e pretendere il rispetto dovuto alla verità giudiziaria.

La vicenda di Enzo Tortora non rientra tra i plausibili errori in cui i magistrati possono incorrere. Per Della Valle tutto fu chiaro sin dalla telefonata ricevuta nella notte del 13 giugno 1983, quando la voce di Enzo, profanato nei suoi valori, lo avvertiva dell’arresto. Fu chiaro vedendolo sfilare ammanettato davanti a una folla di media convocati presso la caserma Pastrengo di Roma e durante ogni fase di quel processo allucinante: Enzo era vittima di una macroscopica e vergognosa alterazione della realtà.

I fatti hanno dato ragione alla difesa, composta da avvocati spesso ignorati nelle attuali ricostruzioni, che combatterono una battaglia al limite della praticabilità. Fu uno scontro furibondo contro chi, nonostante prove inoppugnabili e il vuoto probatorio dell’inchiesta, continuava ostinatamente a puntare sul nulla, ignorando il principio fondamentale dell’onere della prova.

La verità è stata infine riconosciuta grazie al lavoro del presidente della Corte d’Appello di Napoli, Michele Morello, e dei consiglieri Rocco e Riccio. Tuttavia, resta inaccettabile che quell’inferno sia oggi declassato a incidente di percorso. Gli elementi di innocenza che il dottor Morello valutò con equilibrio erano stati presentati tempestivamente dagli avvocati, ma furono accolti con derisione, supponenza e arroganza da quelli che Della Valle definisce “i Maradona del diritto”.

L’avvocato combatterà sempre perché nessuno abbia la sfrontatezza di definire quella di Enzo una semplice svista. Tortora è stato vittima di un orrore giudiziario fino alla conclusione del primo grado. Tentare di cambiare il volto a questa storia significa tradire la dignità che Enzo ha mostrato nel processo e fuori di esso. Questa difesa della memoria non nasce solo dal legame professionale, ma dal rispetto per ciò che Tortora ha subito e dalla certezza che la verità non si prescrive mai.

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