Osservatorio Duomo: stagione 2025-2026 seconda più mite dal 1897. Arpa Lombardia conferma il trend: terzo inverno più caldo degli ultimi 35 anni. Gli esperti: il clima cambia, in montagna cresce l’instabilità del manto nevoso
Milano sempre più calda: l’inverno 2025-2026 entra nella storia climatica.
L’inverno appena concluso a Milano è stato uno dei più caldi mai registrati. Secondo i dati diffusi dalla Fondazione Omd – Osservatorio Meteorologico Milano Duomo, la stagione meteorologica compresa tra il 1° dicembre 2025 e 28 febbraio 2026 ha fatto segnare una temperatura media di 7,6 °C, valore superiore di 2,4 °C rispetto alla media climatica 1991-2020.
Un dato che colloca questo inverno al secondo posto tra i più caldi dal 1897, anno da cui sono disponibili le serie storiche digitalizzate, superato soltanto dalle stagioni del 2020 e del 2024, entrambe con una media di circa 8 °C.
A incidere in modo decisivo è stato dicembre, che con 8,3 °C di temperatura media contro i 4,9 °C del valore climatico di riferimento è risultato il mese di dicembre più caldo degli ultimi 129 anni.
Le rilevazioni arrivano dalla stazione meteorologica di Milano Centro, situata presso la sede centrale dell’Università degli Studi di Milano.
Durante l’inverno sono risultate sopra la norma sia le temperature massime, con una media di 10,6 °C contro gli 8,5 °C attesi, sia soprattutto le minime, che hanno raggiunto 5,3 °C contro i 2,5 °C del Clino 1991-2020.
Si tratta del secondo valore più alto mai registrato, inferiore soltanto al 2024 (5,4 °C).
Ancora una volta è stato dicembre a fare la differenza: la media delle minime di 6,1 °C rappresenta il record storico per il mese.
Anche gennaio e febbraio hanno confermato il trend caldo:
gennaio: temperatura media 4,8 °C (+0,5 °C rispetto alla media climatica)
febbraio: 9,6 °C (+2,4 °C)
L’unica fase davvero fredda della stagione si è registrata nella prima decade di gennaio, quando la temperatura media è scesa a 2,4 °C, ben al di sotto dei 4 °C attesi.
Il numero di giorni di gelo – cioè con temperatura minima sotto lo zero – è stato solo 5, tutti concentrati nella prima decade di gennaio.
Un dato molto lontano dalla media climatica, che prevede circa 16,5 giorni di gelo per stagione.
Gli estremi termici raccontano bene la variabilità dell’inverno:
temperatura minima assoluta: –2,6 °C l’8 gennaio
temperatura massima assoluta: 19,7 °C il 20 febbraio, durante una giornata caratterizzata da vento di Föhn, con raffiche fino a 36 km/h.
La minima più alta della stagione, quasi primaverile, è stata invece registrata il 28 febbraio con 11,6 °C.
Dal punto di vista delle precipitazioni l’inverno milanese è stato complessivamente in linea con la media climatica:
160,5 mm totali, contro i 166,1 mm del periodo 1991-2020.
Tuttavia la distribuzione delle piogge è stata tutt’altro che uniforme.
dicembre: 39,1 mm (sotto la media di 59,5 mm)
gennaio: 40,3 mm (contro 56,5 mm attesi)
Tra fine dicembre e metà gennaio si sono registrati 20 giorni consecutivi senza precipitazioni.
Febbraio ha invece ribaltato la situazione:
81,1 mm di pioggia, ben oltre i 50,2 mm medi
9 giorni di pioggia, rispetto ai 5,1 medi.
Quanto alla ventilazione, l’inverno è stato caratterizzato da prevalenza di venti dai settori sud-occidentali, con gli episodi più intensi legati a correnti provenienti da est.
Lombardia: terzo inverno più caldo degli ultimi 35 anni
Secondo Arpa Lombardia, l’inverno 2025-2026 si colloca al terzo posto tra i più caldi degli ultimi 35 anni nella regione, dietro solo alle stagioni 2023-2024 e 2019-2020.
L’analisi si basa sui dati di 13 stazioni idro-nivometeorologiche del Centro Regionale Idrometeo e Clima distribuite sul territorio lombardo.
La temperatura media stagionale ha registrato +2,1 °C rispetto al periodo 1991-2020.
Nel dettaglio:
dicembre: +2,9 °C
gennaio: +0,2 °C (sostanzialmente nella norma)
febbraio: +3,1 °C
Le giornate più fredde si sono concentrate tra 7 e 8 gennaio, con minime di –10,5 °C a Clusone (Bergamo) e –8,7 °C a Sondrio.
Quelle più calde si sono registrate nell’ultima settimana di febbraio, con picchi di 21,3 °C a Castello d’Agogna (Pavia) e 22,5 °C a Sondrio il 24 febbraio.
A Milano, la stazione di Brera ha segnato –2,4 °C l’8 gennaio e +18 °C il 20 febbraio.
Anche le precipitazioni regionali sono risultate in linea con la media climatica (-2%), ma con un andamento simile a quello osservato nel capoluogo:
dicembre: –31%
gennaio: –17%
febbraio: +45%
Neve e montagne: un equilibrio sempre più fragile
Sulle Alpi lombarde la stagione ha comunque visto diversi episodi nevosi, soprattutto:
16 dicembre, con limite tra 1.200 e 1.600 metri
24-25 dicembre, con accumuli fino a 600–1.200 metri
24-25 gennaio, con neve inizialmente fino a 300 metri
13-14 febbraio, con limite attorno ai 1.000 metri.
Il 19 febbraio, grazie a temperature più basse, la neve è scesa anche tra 200 e 400 metri nel fondovalle valtellinese.
Nelle località olimpiche si sono registrati accumuli significativi:
35 cm di neve fresca a Livigno (1.850 m)
30 cm sulla pista Stelvio di Bormio (2.000 m) durante il periodo delle gare tra 6 e 22 febbraio.
Valanghe: il rischio non dipende solo dal meteo
Le temperature anomale e la stratificazione irregolare della neve rendono il manto nevoso sempre più complesso da interpretare.
Lo spiega Matteo Fioletti, coodinatore del Centro Neve e Valanghe di Arpa Lombardia.
“Il grado di pericolo non è l’unico elemento su cui basarsi. Esistono altri fattori fondamentali per valutare la stabilità del manto nevoso: i problemi nivologici, le esposizioni critiche e le dimensioni delle valanghe attese”.
Il riferimento principale resta il Bollettino Neve e Valanghe di Arpa Lombardia, aggiornato periodicamente.
“Non basta il ‘semaforo verde’ del bollettino. La valutazione locale è fondamentale: un pendio molto frequentato ha caratteristiche diverse rispetto a uno dove non è ancora passato nessuno”.
Secondo Fioletti, dietro ogni previsione lavorano i nivologi, specialisti che combinano dati, modelli matematici ed esperienza sul campo.
“La valutazione del pericolo valanghe non è mai una verità assoluta: è una media ponderata delle situazioni note”.
La scala europea prevede cinque livelli di rischio, da 1 (debole) a 5 (molto forte), con una crescita esponenziale della probabilità di distacco.
Il fattore umano resta decisivo
Il messaggio degli esperti è netto: il rischio zero in montagna non esiste.
“La prevenzione inizia sempre con una corretta pianificazione dell’itinerario”, ricorda Fioletti. “Circa il 70% degli incidenti in valanga avviene a causa di una scelta errata dell’itinerario rispetto al grado di pericolo”.
Un dato che, insieme agli inverni sempre più miti e irregolari, racconta un cambiamento climatico che non riguarda solo le temperature: modifica anche l’equilibrio della neve e la sicurezza dell’ambiente montano.
(ARPA LOMBARDIA)
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