Le saracinesche della storica boutique milanese si sono abbassate in silenzio dopo oltre ottant’anni di storia. Fondata nel 1941, Bardelli non era solo un negozio di abbigliamento, ma un simbolo di quell’eleganza discreta e senza tempo che ha definito l’identità di Milano. Oggi, tra i clienti affezionati e i residenti del quartiere, resta solo una profonda malinconia.
Una storia nata tra i cappelli del 1941
Tutto ebbe inizio con Matilde Bardelli, che aprì una piccola bottega di cappelli al civico 13 di corso Magenta in pieno conflitto mondiale. Da quel momento, il negozio ha attraversato le epoche: la ricostruzione, il boom economico e la frenesia della Milano contemporanea. La formula del successo è rimasta però invariata: qualità sartoriale, tessuti pregiati e un rapporto umano diretto, lontano dalle dinamiche fredde della grande distribuzione.
Nel dopoguerra, l’offerta si era ampliata includendo abiti, camicie e accessori, diventando il punto di riferimento per uomini d’affari e famiglie storiche. Entrare da Bardelli significava affidarsi a mani esperte per i momenti cruciali della vita: il primo cappotto, l’abito della laurea o quello del matrimonio.
La crisi delle botteghe storiche
La chiusura di Bardelli non è un caso isolato, ma il sintomo di un cambiamento profondo nel tessuto urbano. Tra i commercianti della zona il clima è cupo. Vincenzo d’Innocenzo, titolare della vicina caffetteria Cuccà, osserva amaro: “Le realtà storiche fanno fatica contro affitti esorbitanti, catene internazionali e shopping online. Bardelli era un simbolo di resistenza. Ci mancherà il negozio, ma ci mancherà soprattutto Andrea, il proprietario, che ogni mattina passava da noi per la colazione”.
La fine di un’epoca per la moda classica
Nonostante una clientela fedele e trasversale, capace di unire i milanesi di vecchia data ai giovani residenti all’estero che tornavano a rifornirsi proprio qui, il mercato ha imposto la sua legge.
Con lo spegnersi di queste vetrine, Milano perde un altro spazio di relazione e fiducia. Mentre la città corre verso il futuro, si chiude un capitolo fondamentale della sua memoria collettiva, lasciando corso Magenta un po’ più vuoto e decisamente meno elegante.
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