Lunedì 9 febbraio è iniziata l’occupazione del liceo Parini di Milano. La decisione è maturata a seguito di una consultazione interna che ha visto una partecipazione significativa: su 593 votanti, l’84,7% si è espresso favorevolmente all’iniziativa. Un plebiscito che suona come una sberla in faccia alla dirigenza.
Le motivazioni della protesta
Gli studenti hanno diffuso un comunicato per spiegare le ragioni del blocco delle attività didattiche. Al centro della protesta figurano criticità strutturali e gestionali dell’istituto:
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Edilizia scolastica: Vengono segnalati problemi ricorrenti al sistema di riscaldamento, bagni non funzionanti e una generale decadenza dell’infrastruttura.
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Offerta formativa e costi: Gli alunni denunciano il mancato accesso a spazi specialistici, come la torretta astronomica, e la pianificazione di “gite di lusso” i cui costi elevati risulterebbero escludenti per una parte della popolazione studentesca.
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Benessere psicologico: Il collettivo sottolinea un aumento della dispersione scolastica, legata a una percepita mancanza di attenzione verso la salute psicologica degli studenti a favore di una maggiore cura per l’immagine esterna della scuola.
Il contesto politico e le attività
La polemica dei ragazzi del collettivo Rebelde non si ferma tra le mura della classe, ma punta dritta al Ministero. Sotto accusa finiscono le riforme del Governo Meloni, lette come un tentativo di trasformare l’istruzione in un sistema gerarchico e militarizzato. Logiche di pura produttività e valutazione ossessiva che, secondo gli occupanti, preparano i giovani a un futuro di “guerra fuori dai confini e repressione dentro le aule”
Durante queste giornate, l’assemblea degli occupanti ha organizzato corsi autogestiti e momenti di confronto. Viola, esponente del collettivo Rebelde, ha confermato ai microfoni di Radio Onda d’Urto che le attività di laboratorio e i momenti formativi alternativi proseguiranno.
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