La voce del critico letterario Claudio Ardigò per chi ama la scrittura

Cultura e spettacolo

Il convegno ‘Emozioni e Parole’ tra poesia, arte e riflessione promosso dalla casa Editrice We, ha inteso permettere e valorizzare un dialogo attento sull’importanza del linguaggio, della scrittura, della poesia e della dimensione emotiva che permea ogni atto comunicativo.

Momento centrale l’intervento del critico letterario Claudio Ardigò, ricco di conoscenza, esperienze vissute e matrice di suggerimenti per gli aspiranti scrittori ancora indecisi.

Questo l’intervento di Claudio Ardigò

– Ho diviso il mio intervento in più  momenti: l’importanza del mondo letterario, il motivo per cui si scrive e perché siamo qui oggi. Credo con molta presunzione di portare la mia esperienza da critico letterario e perché è importante ritrovarsi insieme in questo mondo…che per comodità chiamiamo letteratura.

Fuori tempo massimo è il discorso di accettazione del Nobel pronunciato da Albert Camus nel 1957 dove lo scrittore spiega cosa intende per cultura. Non una gioia solitaria, ma un mezzo per commuovere il maggior numero di uomini. Per questo chi scrive non può mettersi oggi al servizio di coloro che fanno la storia: è al servizio di quelli che la subiscono e può avere un obiettivo, anzi, è dove ogni generazione senza dubbio si crede destinata… a rifare il mondo. La mia sa che non ci riuscirà. Il suo compito è forse più grande e consiste nell’ impedire che il mondo si distrugga.

Se pensiamo agli avvenimenti che ci stanno bombardando a livello di scelte politiche credo che mai come in questo momento la cultura sia quello che indicava Camus, mettersi al servizio di chi subisce, provare a non distruggere il mondo. Tutto ciò dovrebbe allarmare le persone che con la cultura hanno a che fare, in quanto si abusa di un mondo narrativo piegandolo a un’idea di dominio economico e politico. Cultura è fare chiarezza sui simboli, crearne di nuovi per far sì che vengano utilizzati nel modo giusto come ha fatto Margaret Atwood, l’autrice di “le nostre vite”, in una specie di autobiografia: col suo libro ha immaginato  i pericoli che le donne avrebbero corso e ha creato un’idea di resistenza possibile per quelle ragazze che quei pericoli stanno vivendo davvero ogni giorno di più.
Questo è il primo pensiero di mondo letterario e della sua importanza.

Secondo punto.
Un critico letterario riceve lettere e manoscritti in un numero inimmaginabile. Prima succedeva in busta chiusa e affrancata, ora sullo schermo illuminato che va velocemente, ma salta le distanze prescritte. Si scrive una lettera da lontano e da un altro momento, invece il prodigio della velocità di scambio illude del contrario, fa credere di stare dietro la grata che separa le due parti di un confessionale.
Invece una lettera deve andare anche un poco a piedi, congiungere i punti con dei passi. Scrivere è una vocazione che prevede prima di tutto la rinuncia ad ogni altra forma di espressione, di contatto, di distanza. È isolamento, è una disciplina di silenzio interiore pure dentro una folla (la solitudine pirandelliana dell’essere soli in mezzo alla gente),  chi scrive nella modica vastità di righe o quadretti o tastiera ha davanti a sé un vuoto. Non lo deve riempire, lo deve abitare… ma non  deve  avere capomastri. Si può ammirare un’altra scrittura, ma poi devi scrollartela di dosso per proseguire a scrivere, se leggi un libro, fallo da lettore, non da scrittore.
Ricordati che sono fecondi anche gli errori, i malintesi in cui gli scrittori incappando vivono.
Ma anche le difficoltà e il modo di vedere la scrittura stessa… può far parte della crescita personale di ognuno di noi. Ricordo sempre che Marcos Ana ha passato 22 anni in prigione sotto Franco dopo la guerra spagnola. Torturato condannato a morte, pena poi commutata in reclusione a vita, alla morte del dittatore è uscito. In prigione ha imparato a scrivere versi. Era diventato celebre prima ancora di essere liberato, ha detto che il periodo più duro è stato abituarsi allo spazio. L’orizzonte gli procurava vomito e vertigini. Da poeta ha incontrato il più celebre poeta spagnolo, il premio Nobel Miguel Angel Asturias, hanno parlato di poesia e Marcos riporta un passaggio dalla loro conversazione. Asturias gli disse che quando in un verso gli veniva un aggettivo troppo semplice cercava nel vocabolario quello più prezioso. Marcos rispose che lui faceva il contrario, quando gli sembrava che la sua parola non fosse la più semplice cercava nel vocabolario il termine più comune. Auguro a voi scrittori di non sfogliare un dizionario per quelle due ragioni ma apritelo per la sua bellezza per il deposito di storie contenute in ogni simbolo, in ogni singolo vocabolo. Il mio invito è non scrivere a scrittori, scrivete a editori come Nicola Bergamaschi, a uomini non alla loro professione. Scrivi alle loro vite una lettera, o un testo, credo che un manoscritto sia una medusa carica di carezze. Sai da subito che il destinatario cercherà di scansare le parole, ma considera la tua pagina una sequenza di passi in montagna dove il rischio è l’errore ma le sillabe sono passi su piccoli appoggi devi posarci il peso della frase, della voce, della musicalità. Usa il punto, la virgola, i due punti, il punto e virgola, le virgolette, gli a capo. Fai che la tua scrittura risenta il callo del dialetto di origine. L’italiano più che da lingue antiche proviene da un‘infinità di dialetti. Arroccate in centinaia di borghi suddivisi in millesimi di sfumature, dialetti rimasti inespugnabili per secoli. L’italiano è un bacino di raccolta di parlate gelose e fiere, di vocabolario proprio, di accento irreperibile da stranieri. Si possono imparare lingue non dialetti. La miglior poesia prodotta dal nostro territorio è stata dialettale. Dalla Divina Commedia in poi; sia debitrice  del dialetto la tua scrittura.
Non c’è niente di sacro nello scrivere, non permettete che vi chiedano di pronunciarvi su faccende solenni o opere futili, di prendere una posizione pubblica, non è questo il vostro compito. La vostra responsabilità principale è scrivere al meglio le vostre storie nel diritto della parola. Difenderla dove manca, dove indietreggia non quella dei colleghi scrittori ma quella di tutti, difendere il diritto di parola è questo il dovere di uno scrittore.
Un ebreo russo, Israil Metter ha scritto un racconto, Il quinto angolo. Nelle percosse subite in cella le guardie lo sbattevano in terra gridandogli di cercare il quinto angolo della stanza. Lì non c’era, ma esiste il punto di riparo in cui non si sentono più le percosse. Esiste, è la letteratura. La letteratura è sporgenza sotto la quale proteggere la propria vita dalla grandine dei colpi trasmessi dalla quotidianità. Ricordatevi non sono sacre le cose che scrivete, ma dovete sapere che potranno servire a molto per qualcuno, tenergli compagnia dentro un affanno. Non ha niente di sacro la scrittura letteraria, ha però una responsabilità civile. Ricordati che la tua scrittura, che sia gradita o ignota, è importante, difendine il diritto. E se ti costerà pagarne il prezzo sei uno scrittore e hai la responsabilità civile della libertà di pubblica parola.
Sento ripetere spesso nelle varie dispute la frase “si vergogni”. Io lo faccio, mi vergogno ogni giorno e dovrei farlo più spesso. È una buona misura di igiene personale, tiene i nervi in allerta, riordina i pensieri. Se mi capita di ricevere l’invito a vergognarmi, lo colgo volentieri e auguro altrettanto. Fa bene vergognarsi, ma non far passar liscia la frase che ti intima di tacere, negando il diritto di parola difendine il diritto: la parola libera, la parola scritta dettata cantata, recitata in ogni luogo.
Sono convinto che scrivere non è solo “talento” che poi è un luccichio fasullo, un alibi del narcisismo che ognuno porta con sé. Pretende di fornirti la scorciatoia di un dono e invece è un ostacolo, la scrittura viene dalla tua spina dorsale, da un ricordo, viene da bivacchi intorno ai fuochi, la scrittura spunta dalle dita dopo aver attraversato nel corpo la via della civiltà. Viene da un ascolto di storie, da chi barcollava per l’alcol o per gli affanni o nelle voci degli anziani arrivati alle loro ultime stanze, la scrittura viene da un’espulsione, da un foglio di via, la scrittura è lo sfregamento della distanza sopra un foglio di carta di quel mondo che per comodità chiamiamo letteratura.

 Claudio Ardigò

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