Uno studente, con un passato nella protezione civile, è intervenuto tra i primi durante l’incendio a Crans-Montana: “le persone erano nere, i vestiti si scioglievano sulla pelle”.
Gianni ha 19 anni, è uno studente al primo anno di ingegneria meccanica e la drammatica notte del 31 dicembre si trovava a Crans-Montana. Non era all’interno del locale “Le Constellation” quando è scoppiato l’incendio, ma era così vicino da sentire distintamente il boato delle esplosioni. Senza esitare, è corso verso il bar dove sarebbe dovuta essere presente anche una sua amica, fortunatamente in ritardo. “Non potrò mai vedere nulla di peggio di quella notte“, ha dichiarato al quotidiano svizzero 20 Minuti. Al suo arrivo, i soccorsi non erano ancora sul posto: c’erano solo fiamme e persone disperate che cercavano scampo.
Come riferisce il Giornale, i soccorsi sono arrivati in tempi relativamente brevi ma, provenendo da lontano, le ambulanze hanno impiegato molto tempo per raggiungere il luogo della tragedia. Gianni ha descritto quei primi, concitati minuti come un vero inferno: “C’erano persone stese a terra, a torso nudo, sfigurate, bruciate. Tutti potevano vederlo”. Nonostante la giovane età, la sua esperienza nella protezione civile lo ha spinto a mettersi immediatamente a disposizione dei primi pompieri giunti sul posto.
La situazione era così estrema da scuotere anche i soccorritori più esperti: “I pompieri piangevano. Era peggio di un film horror”, ha raccontato il giovane. In Svizzera, a differenza dell’Italia, la maggior parte dei vigili del fuoco è composta da “pompieri di milizia”, ovvero cittadini addestrati che svolgono altre professioni, mentre i professionisti sono concentrati solo nelle grandi città o nei siti industriali strategici.
Il dramma dei soccorsi e le barelle improvvisate
Davanti all’orrore, Gianni non si è perso d’animo. Insieme ad altri presenti, ha trasformato le strutture metalliche dei divani dei locali vicini in barelle improvvisate per evacuare i numerosi feriti. In quegli istanti, le rigide regole dell’emergenza imponevano scelte strazianti: “A volte dovevamo poggiare le vittime a terra e ‘abbandonarle’ per andare a prendere quelle che erano ancora all’interno“.
Il racconto dei dettagli è agghiacciante: “Più si andava avanti, più avevamo casi estremi. Grandi ustionati. Non c’erano più volti, né capelli. Le persone erano nere, i vestiti si scioglievano nella pelle”. Fuori dal locale si trovavano persone ormai prive di sensi e gravemente colpite. Gianni ha praticato massaggi cardiaci nel tentativo disperato di strappare qualcuno alla morte: “Sono sicuro di aver aiutato delle persone. Pochissimi civili sono venuti a dare man forte: solo tre o quattro”.
Il ricordo finale resta quello di una scena impossibile da dimenticare, dove il fuoco aveva cancellato ogni identità: “In quei momenti non si riusciva più a distinguere un bambino da un adulto, una donna da un uomo, tanto le persone erano bruciate. È impossibile identificarle”.
Ma oltre al trauma psicologico, resta l’amarezza per come è stato trattato una volta terminata l’emergenza. Gianni, che nelle ore successive ha scaricato l’adrenalina che gli ha permesso di agire con prontezza, ha infatti un solo rammarico: “Non mi è stato proposto alcun aiuto, nessuna assistenza medica, nonostante sia stato esposto ai fumi. L’unica persona che mi ha parlato è un poliziotto che mi ha chiesto di andarmene”.
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