Ascoltiamo. La cronaca restituisce “documentari” di case rugose e fatiscenti, immagina le difficoltà di chi vi abita, si interroga sul perché di un’incuria annosa, ma le persone che vivono nelle case popolari sono testimoni della Storia, della fatica del vivere, della lotta per il progresso. Ascoltiamo questa confessione per scoprire ancora una volta la bellezza dell’anima
“Ma sì, ricominciamo, stessi gesti, un caffè, la sigaretta… unica trasgressione della giornata, aspirando fino al filtro, non vorrai che butti via qualcosa con gli spiccioli che mi danno con la pensione… il fumo è sogno, perché io sono nata per sognare… seduta oggi su una sedia sbiadita… e le visioni consolatorie evaporano senza senso, nello squallore di un telefono muto che, accidenti, non suona neppure per un errore. C’è il sole, ma cosa cambia? C’è il solito canarino che canta, unica voce nel silenzio dell’immobilismo, ma mi prende in giro? Canta la vita? Ma io non capisco… che vale lavarsi la faccia, mangiare il tonno nella scatoletta, guardare gli arabeschi di muffa alle pareti, arraffare l’ultimo pezzo di torta regalato dalla vicina che ha compiuto settant’anni e fa la lagnosa per la figlia lontana… e non si ricorda della madre… e diventare vecchi è una disgrazia.
Anch’io avevo una figlia, una fragile vita distrutta dalla droga, quando la cocaina era una moda per esserci, per vivere nel branco di imbecilli che aveva incontrato e io con questa faccia minacciai “Lasciate in pace mia figlia, ve ne prego”… sghignazzarono e insultarono… quella fu disperazione per lungo tempo, momenti, ore di gridata impotenza. Era bellissima, un fiore che appassì in una sera tragica tra le mie braccia, sospirando l’ultimo “Ti voglio bene.” Era figlia di quell’uomo a cui avevo affidato la vita, quella che avevo sognato, complice la luna piena, nelle notti di speranza. Ma la responsabilità di una figlia… no, non era nei suoi programmi, non voleva un legame… m’insegnò la solitudine, la forza e anche la presunzione di essere un valore, qualcosa di irripetibile e unico.
La sveglia suona le due, scandisce il tempo… è il suo mestiere… con una vita propria, ma mi ricorda che è il momento della seconda sigaretta, quella da gustare in poltrona a piccoli sorsi… quella dei perché senza una risposta tassativa, perché mi fa concludere che il destino c’è per trascinare il tempo, per scivolare in un letargo di vita come viene…viene e così divenni l’amante del panettiere sotto casa, già vecchiotto e senza pretese, con uno stipendio fisso a vender pane e dolci e soprattutto mantenere la mia bambina. Vita da formica, senza ali… anche i sogni erano talmente minimi che non osavo confidarli alla luna. Ho sbagliato?
La sigaretta ha fatto il suo corso… il posacenere è stracolmo da giorni, sciabatto fino in cucina per svuotarlo finalmente, poi tolgo la vestaglia e decido di uscire: oggi è giorno di mercato e Marietta mi prepara una cassetta di verdura o, meglio, di rifiuti di verdura, e ho ancora venti euro per quattro giorni… ci sta mezzo pollo arrosto, un lusso per me. Sì, c’è il sole… così luminoso, cos’ accecante… così caldo nelle ossa, sul viso che si potrebbe vivere per strada fino al tramonto e sarebbe un’estasi, senza pensieri, senza il male alla schiena che mi tormenta, per dimenticare.
Le ore del pomeriggio sono noiose… un disagio senza nome, non riesco neppure a dormire un po’, tanto per far passare il tempo, sono vuota come una pentola… ci vorrebbe la musica, sai… da giovane cantavo e fischiavano “Ma dove vai bellezza in bicicletta?” e rispondevo “Sola me ne vò per la città…” Altri tempi, quando cantare sulle scale di casa, in cortile, attirava i ragazzi come mosche. Adesso, che cosa mi invento? La novità del giorno sono i calcinacci in camera che imbiancano il letto, che non interessano ai gestori delle case popolari, e io mi sento sporca e provvisoria…ma qui, voglio dire in questo caseggiato, stiamo tutti nell’anticamera dell’inferno e se tentiamo una conversazione è per lamentarci di qualcosa… meglio inveire contro i muri, da sola. Ma è vita questa?
Il buio è arrivato… è tempo della terza sigaretta, quando il tempo è senza tempo e l’incanto dei viaggi in tram con mia figlia sapevano di scoperta, di risate, di entusiasmo. Viaggi da povere s’intende, ma nessuno poteva rubarci i colori, il senso dell’avventura… e si andava ai Navigli ad ascoltare l’acqua, a gustare un gelato, perché ci sentivamo il centro del mondo, un vestito nuovo, a volte… e mettevo il rossetto come si fa per una festa. Ogni sera voglio addormentarmi con lei nella testa e nel cuore.”
Nene Ferrandi

Soggettista e sceneggiatrice di fumetti, editore negli anni settanta, autore di libri, racconti e fiabe, fondatore di Associazione onlus per anziani, da dieci anni caporedattore di Milano Post. Interessi: politica, cultura, Arte, Vecchia Milano
Coraggio, un giorno avremo un sindaco amico dei più umili e non dei fondi immobiliari.