Suor Anna Monia Alfieri «In Italia sulla scuola si rischia il monopolio educativo, propedeutico al regime»

Economia e Politica

Gli studenti delle scuole primarie e secondarie stanno facendo, alla spicciolata, ritorno sui banchi di scuola: chi ha iniziato ieri, chi inizierà oggi, chi nei prossimi giorni. È la «scuola della ripartenza», ha affermato il Ministro dell’istruzione Patrizio Bianchi ieri a UnoMattina; una ripartenza all’insegna della presenza, del guardarsi in faccia, del «teniamoci per mano», delle relazioni tra pari e intergenerazionali… una ripartenza all’insegna di una parvente normalità.

Quanto durerà? Nessuno può dirlo, tuttavia sulla bocca di molti la scuola com’è stata negli ultimi due anni segnati dalla pandemia Covid-19 non si ripeterà e, sostengono gli stessi, l’istituzione scolastica sarà l’ultima a subire eventuali “danni” in relazione alla crisi economico-energetica che il nostro Paese sta attraversando. La prova di realtà scriverà il seguito, nel frattempo c’è un dato che è possibile – e, in un certo senso, doveroso – rilevare: la marginalità del dibattito sul mondo della scuola nella campagna elettorale in corso, che tra meno di due settimane vedrà i cittadini italiani inforcare la matita dentro una cabina elettorale. Certo, si parla di scuola nei vari programmi elettorali e ogni tanto qualche politico fa “una sparata” sul tema, ma sono noccioline: i grandi punti di attenzione sono altri. Per tutte le fazioni in campo.

Il Timone ne ha parlato telefonicamente con suor Anna Monia Alfieri, cavaliere al merito della Repubblica italiana nel 2022, Ambrogino d’oro nel 2020, dal 2016 membro della Consulta pastorale scolastica e del Consiglio nazionale scuola della Conferenza episcopale italiana, ma soprattutto persona che ha a cuore il mondo dell’educazione in tutte le sue sfaccettature.

Suor Anna Monia, pare anche a lei che, al di là di qualche accenno, la scuola sia la grande assente di questa campagna elettorale?

«È il teatro dell’assurdo, se non fosse che è stucchevole. Personalmente ho avuto la possibilità di collaborare con i Governi di tutti i colori – dalla Gelmini, alla Fedeli e ora con il ministro Bianchi – e non ho trovato una reale resistenza politica, questo credo sia importante dirlo. Ho capito però che la scuola è un luogo di potere: lo Stato italiano e tutto quanto vi gira attorno è disposto a pagare tantissimo per l’assenza di libertà. Pagare come? Con performance al di sotto del livello europeo, con i 10.000 euro che costa ogni anno un alunno nella scuola statale, picconando le scuole paritarie… e allora dopo vent’anni di studio, dove mi sono fatta tutte le domande possibili, io oggi le devo dire che lo Stato italiano è disposto a pagare qualsiasi prezzo pur di non dare la libertà».

Quali sono i poteri che tengono ferma la scuola?

«Innanzitutto il potere politico. Alla politica non gliene frega niente della scuola, se non in campagna elettorale. E allora si hanno delle promesse che sono talmente scollegate dalla realtà che tu dici: “Vabbè, non hanno capito nulla”. Ci sono poi i sindacati, che per esempio dicono: “Raddoppieremo gli stipendi degli insegnanti”. Ma vogliamo smetterla di prendere in giro i docenti? Il problema vero è che si sono promessi ai docenti posti che non ci sono. I sindacati considerano la scuola un “postificio”: pagati tutti, pagati poco, pagati per sempre. E il terzo potere forte è la burocrazia».

Qual è il pericolo più stringente della scuola di oggi?

«La paura del regime, come sento dire ad alcuni, non è quello inventato, dei simboli. No, la paura del regime che dobbiamo avere è che l’Italia si sta avvicinando rapidamente al monopolio educativo. Cioè a una scuola statale per tutti, che anche qualora fosse perfetta, e qui non è una valutazione, è un’offerta formativa unica. E il monopolio è propedeutico al regime».

Cosa si sente di dire ai politici in corsa per il 25 settembre?

«Io ho invitato la classe politica a essere molto seria in queste ore, in questi ultimi giorni di campagna elettorale. I programmi sull’educazione sono molto semplici».

Cioè?

«Immediatamente, appena s’insidia il Governo, i decreti legislativi al Family Act, che indicano la detrazione per la retta che le famiglie hanno pagato per la scuola paritaria fino al costo medio studente: ci sono i fondi del Pnrr. Questo per salvare quel minimo di pluralismo che resta. In secondo luogo, con la finanziaria, intervenire con il “buono scuola” (secondo la logica dei costi standard di sostenibilità per allievo), a partire dalle classi sociali più svantaggiate economicamente: non salveremo il pluralismo educativo perché oramai è condannato alla morte, ma salveremo il principio ideale che ci permetterà di rifondare il pluralismo.

La classe politica è chiamata a rispondere su queste cose. Vede, se su altri temi i politici possono balbettare, sulla scuola le soluzioni sono molto chiare. Tutto il resto è propaganda elettorale che lascerà l’amaro in bocca».

(Il Timone)

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