Al Manzoni, Dante e Giotto raccontati da Sgarbi

Cultura e spettacolo

Sta diventando affollato il percorso teatrale di Vittorio Sgarbi. Sul palco ha già raccontato di Caravaggio, Raffaello, Michelangelo, Leonardo. Se continua così mette in piedi una squadra di calcio. E questa volta in scena gli artisti sono addirittura due: “Dante Giotto”. Incontro curioso. Fra due giganti che vissero negli stessi anni, a cavallo del Trecento. Qui a comporre la nuova avventura sul palco del critico più famoso d’Italia, dal 23 novembre in prima nazionale al Teatro Manzoni, al solito con le musiche di Valentino Corvino. Sgarbi, ormai è un habitué della scena. “Sono contento di tornare al Manzoni, un teatro dove sto bene e con una stagione molto importante”.
Perché Dante e Giotto?
“Seguiamo meccanismi numerici, di nascita e di morte. Se c’è un centenario puoi star certo che la produzione ci cascherà sempre. Ad esempio nel 2022 si attende quello di Pasolini e sicuramente penseremo a un lavoro. Magari legandolo alle sue esperienze a Bologna, quando sentiva parlare il grande critico d’arte Roberto Longhi”.
Torniamo a Dante.
“Non bisogna aspettarsi una di quelle letture classiche, serissime, con Alessandro Preziosi o Aldo Cazzullo. Noi lavoriamo sulle immagini oltre che sulle parole, esondiamo in un senso e nell’altro. Dante è stato il nostro poeta più immaginifico. La produzione di Petrarca si potrebbe racchiudere in quella vecchia canzone di Michele: “Dite a Laura che l’amo”. Sono i tormenti di un uomo nella sua stanza, che poi forma la tradizione italiana. Ma questa tradizione all’inizio sembrava andare in direzione contraria, concentrandosi sulle vite degli altri e condividendo le narrazioni di grandi figure. Un modo di intendere la scrittura che unisce Dante e Manzoni: i suoi personaggi ce li hai sotto gli occhi, si struggono per sposarsi e quando ci riescono il romanzo termina per noia”.
Anche Giotto è un narratore?
“Sì, dipinge esistenze ed emozioni. Come Dante si lega alla storia di una nazione mostrandone il linguaggio, così Giotto apre il Rinascimento, la vera anima dell’Italia. Lui ne rappresenta gli albori. Scegliendo di non lavorare in maniera ripetitiva ma dipingendo in “italiano”: volti, situazioni, vite. Sono due iniziatori di una storia che arriva fino alla contemporaneità. E li avvicino grazie a San Francesco”.
Cosa intende?
“Passo dalla Divina Commedia a Giotto attraverso il Canto XI del Paradiso, dove Dante racconta dell’intellettuale San Bernardo e di San Francesco, simbolo di povertà. Da quelle parole mostro come il racconto pittorico di Giotto ad Assisi riesca perfino ad essere superiore a quello dantesco. Con la povertà che diventa una bella donna da inseguire. In pratica il modello politico che viene proposto in questo periodo…”.
 (f0nte Il Giorno)

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