Nasceva il cabaret a Milano e neanche si sapeva che cosa fosse il cabaret

Le storie di Nene Vecchia Milano

“Devo liberarmi del tempo / Giacchè non esiste altro tempo /Che questo meraviglioso istante” (Alda Merini)

Ma il profumo del tempo, delle notti senza limiti in una Milano da vivere, da mangiare con l’avidità della scoperta, con le luci abbaglianti del riso e dell’allegria, quel profumo non si può dimenticare. È l’istante del ricordo quando un non sense sembrava attraversare i gesti, le abitudini, la ragione di vivere.

Milano cantava la voglia di ricostruire, il buonumore e l’ottimismo danzavano un valzer caldo e avvolgente. E la vera anima di Milano ironica, pratica, solida, semplice e generosa brillava nelle osterie, nei locali dove il cabaret nasceva come antitesi alla depressione, per dimenticare gli orrori di una guerra devastante. Erano i primi anni 60 e il milanese era la lingua ufficiale di un nuovo modo di essere artisti. Jannacci parlava di periferie, di incontri, di magia, di umanità. L’umanità dei semplici, dei barboni, degli ultimi, quando si aveva vergogna a chiedere un prestito all’amico, nonostante i tanti anni insieme vissuti in guerra, quando il pudore del rimpianto era più forte della volontà, quando il sogno di essere ricchi si identificava con un paio di scarpe nuove e una torta per i figli.

E Gaber cantava con Maria Monti al Santa Tecla storie della Milano quotidiana, Milly al Cab 64 si imponeva sicura e ammiccante con una Stramilano che diventava un inno alla speranza e Cochi e Renato iniziavano la loro carriera cantando, tradotte in italiano, vecchie canzoni in argot parigino. I Navigli pulsavano di vita: bastava una chitarra alla Briosca, alla Conchetta, alla Magolfa per ritrovarsi e riconoscersi nel bel dialett milanese, con la Garganella del Biffi Scala, El Barbun del Navili…

Ma sì tucc insema a brindà e a cantà… contro la malinconia di certe sere stanche, quando la fatica annebbia gli occhi più della schighera. Ma il Derby insegnò a ridersi addosso, nacque la satira sociale e politica: era l’euforia di nuovi autori che inventavano monologhi, sceneggiate, storie umoristiche surreali. Una dimensione inizialmente un po’ elitaria, ma che divenne ben presto popolare per la genialità di Andreasi, de I Gufi, di Cochi e Renato, di Jannacci. E mentre l’Italia conosceva la rinascita economica il costume era percorso da una trasformazione radicale, Milano inventava il cabaret d’autore, in una stagione artistica irripetibile.

Nene Ferrandi dal volume “Milano si racconta”

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