Riceviamo e pubblichiamo: Turchia e Emirati Arabi Uniti … tra istigazione al terrorismo e appello alla tolleranza

Economia e Politica

In Europa si sta assistendo da tempo ad una escalation di tensione tra i movimenti legati al fondamentalismo islamico e quelli  dell’estrema destra.
Molti  osservatori, soprattutto quelli motivati da appassionate convinzioni religiose, credono che il discorso del presidente francese Emmanuel Macron, in cui ha cercato di analizzare lo stato dell’Islam dicendo che questa religione sta attraversando una crisi e che serve un suo rinnovamento per uscire dall’isolamento, sia un insulto alla religione islamica.
Questo discorso, invece, sarebbe stato storicamente classificato come un invito al dialogo interreligioso, in quanto è molto simile al discorso dell’allora presidente degli Stati Uniti Barack Obama all’Università del Cairo nel 2009 durante la sua prima visita in un importante paese islamico.  Adesso, però, ci troviamo in circostanze diverse, la situazione politica internazionale è mutata, e  ci sono forze islamiche militanti che in ogni parola vedono il pretesto per dichiarare una  guerra religiosa.  Non è difficile scoprire i leader di questo campo militante, al cui vertice c’e il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, che si è affermato come protettore dei musulmani e unico difensore dei diritti dell’Islam, ignorando il ruolo antico e storico dei Paesi arabi, in particolare il Regno dell’Arabia Saudita, la Repubblica araba d’Egitto e altri Stati arabi e islamici.
Il paradosso storico, in questo periodo complicato, è che esiste un modello di relazioni completamente diverso da quello  dell’incitamento all’odio  di Erdogan.  Questo modello è proprio di un Islam moderato e aperto ed è esemplificato dal ruolo  dagli Emirati Arabi Uniti, culminato alcuni mesi fa con la conclusione di un accordo di pace con lo Stato di Israele.  La  pace tra arabi ed ebrei, che porta i più alti livelli di tolleranza, è stata considerata per molti anni una fantasia.
Oggi, invece, assistiamo al pieno rapporto tra i due Paesi, all’apertura di ambasciate, delegazioni turistiche, accordi culturali ed economici.
In un momento in cui un antico paese arabo e islamico come gli Emirati istituisce un ministero per la tolleranza e un altro per la felicità, vediamo purtroppo le “ forze del male” rappresentate dalla Turchia diffondere il linguaggio dell’odio, dell’incitamento e del rifiuto dell’altro sulla base della religione. Diverse persone fanno proprio tale messaggio e si affidano ai coltelli della morte per tagliare la testa agli innocenti.  Questo orribile discorso è la causa diretta del caos di odio e sete di sangue a cui stiamo assistendo.

Negli Emirati Arabi Uniti si è costruito un edificio religioso che racchiude tra le sue mura tre templi: una moschea islamica, una chiesa cristiana e una sinagoga. Allo stesso tempo si è costruito un altro “edificio” a livello umano basato sulla tolleranza tra le religioni e l’introduzione del linguaggio del dialogo sul linguaggio della violenza.

Se vogliamo approfondire il linguaggio della politica, vediamo chiaramente che la Turchia, guidata da Erdogan, vuole imporre la sua influenza ed egemonia, a prescindere dai mezzi. La conversione delle chiese in moschee non è per amore dell’Islam ma la conseguenza di un piano fatto per alimentare il conflitto tra le religioni.
Se Erdogan era appassionato” dell’Islam come  afferma,  sarebbe stato meglio per lui chiudere le numerose discoteche e i postriboli  nelle città turche, che contraddicono i valori dell’Islam conservatore. Ma le sue azioni sono più finalizzate alla pura propaganda politica,  giocando sui sentimenti dei semplici musulmani con il pretesto di difendere l’Islam ei suoi principi.  Nel frattempo, Erdogan ha inviato anche militanti e terroristi in Azerbaijan per combattere gli armeni con il pretesto di difendere la religione, il che significa che il vessillo religioso per lui è diventato un modo efficace per diffondere il controllo militare turco nella regione. Seguendo le notizie quotidiane non si può non notare che  dov’è la Turchia è presente  c’è tensione, ansia e odore di guerra  Le navi turche penetrano nelle acque territoriali di Cipro e della Grecia, le spedizioni militari turche si recano quotidianamente in Libia per rappresentare una minaccia imminente per i Paesi dell’Europa meridionale. Le  forze turche occupano gran parte del territorio siriano e vi sostengono con denaro e armi militanti islamici affiliati ad organizzazioni terroristiche come l’ISIS e il Fronte Al-Nusra.  Le forze turche hanno anche bombardato i siti del PKK in Iraq.

L’Islam è rappresentato dalla Turchia e da Erdogan?  Certo che no!
Pensiamo invece in questi momenti difficili al  raggio positivo che viene dal cuore del Medio Oriente, vedasi  gli Emirati Arabi Uniti ed Israele, che crede nel potere della pace e della tolleranza e spinge  le giovani generazioni sull’accettazione degli altri, riunendo religioni e ideologie basate su programmi per lo sviluppo dell’economia e della società e non al fanatismo e alla criminalità.

L’altra ironia è che la Turchia si è opposta all’accordo di pace Emirati-Israele e ha spinto, attraverso la sua macchina mediatica, al rifiuto del principio di tolleranza tra arabi ed ebrei, affermando che il possesso della città di Gerusalemme è un suo diritto storico risalente dall’occupazione ottomana dei Paesi del Medio Oriente, ha relazioni strategiche ed economiche con Israele.  Circa sei miliardi di dollari il valore  degli scambi commerciali annuali.
Erdogan, dunque, sta cercando con ogni mezzo   di limitare i Paesi arabi che desiderano la pace con Israele e gli ebrei. Il suo governo è  sempre più una  barriera impenetrabile alla diffusione di una cultura della tolleranza a cui tutte le persone di buona volontà devono quindi  opporsi.

Khaled Awamleh – giornalista giordano

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