“Cinq ghej de pù, ma ross”

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Ricordo: “Cinq ghej”, la richiesta che, con pudore, faceva un povero al Parco Sempione per comprare quel poco cibo che gli serviva. Era praticamente un amico che raccontava sogni, progetti. Enrico Lampugnani sulla pagina di ”La mia Milano di una volta” racconta l’uso abituale e più conosciuto della frase che ci riporta ad un mondo di semplicità.

“Cinq ghej de pù, ma ross” Cinque centesimi in più, ma rosso.
Intende: Disposti a spendere qualcosa in più a patto che sia di colore rosso. Il detto si sentiva nelle osterie, dove i clienti, fin dalle prime ore del mattino entravano per prendersi un goccio di “quello buono”.
Con tale frase si indicava un buon bicchiere di rosso; il bianco non era molto gradito perché aveva spesso una punta di sapore d’aceto.

E’ una tipica frase milanese e lombarda che ha origini antichissime:
Risale al medioevo quando il colore prevalente per i vestiti era il grigio, il colore naturale dei tessuti dell’epoca. Le tinture erano costosissime e non si potevano lavare troppo spesso i capi d’abbigliamento per non far perdere loro il colore.
Inoltre c’era un collegamento diretto tra l’intensità del colore e la ricchezza delle persone.
Un colore sbiadito significava poco potere o aver perso soldi e potere.
Come capire quindi qual era la dama più ricca da corteggiare? Dal colore dei suoi abiti.
Tra tutti i tessuti, il rosso era il tessuto più prezioso.
La dama in rosso sarebbe stata sicuramente la più ricca.
Erano rossi anche gli abiti di vescovi e papi, rosso il mantello regale di molti re, rosso il vestito di Babbo Natale.
Il rosso è così rimasto nella nostra cultura, da qui il detto “cinch ghei pussee ma ross” 5 monete in più, ma rosso.”

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