Telemedicina, una branca da rilanciare di Achille Colombo Clerici. QN del 16 maggio 2020

Scienza e Salute

L’emergenza coronavirus ha dimostrato come un utilizzo ben programmato di applicazioni di telemedicina avrebbe contenuto il numero dei contagi e quelli dei morti. E’ l’opinione di Antonino Giannone, docente di Etica e Responsabilità Sociale delle Tecnologie dell’Informazione presso il Politecnico di Torino che mi sento di dover riferire.  Lo confermerebbero d’altronde i casi del Veneto, di Latina ed altri ancora.  In Italia non siamo ai primi passi.  Agli anni 1999/2000 risale addirittura il primo ambulatorio cardiologico telematico nazionale realizzato dall’Azienda Ospedaliera Sacco di Milano. Perché questa promettente strada si è interrotta? Molte le concause. In primis i consistenti tagli al servizio sanitario nazionale dovuti alla crisi economica del 2008: meno posti letto, meno medici e infermieri, l’aggravio dei superticket. Ma anche un approccio antropologico negativo al tema da parte dell’opinione pubblica per gli sprechi di alcune Regioni (chi non ricorda l’emblematico caso della siringa pagata cinque volte di più in una regione rispetto ad un’altra?). E pure una politica sanitaria che in alcune regioni ha privilegiato gli ospedali – centri di potere  – rispetto alla sanità sul territorio rappresentata dai medici di base.

Un peccato. Per fare un solo esempio, una applicazione inserita nel cellulare di un paziente che ne registri temperatura corporea, atti respiratori per minuto, battito cardiaco, e via dicendo, trasmessi 24 ore su 24 ad una centrale operativa, consentirebbe agli addetti di consultare in caso di necessità il medico per la più opportuna strategia da adottare.  La sanità digitale – che è prassi nei Paesi più avanzati d’Europa – in emergenza non vuol dire solo interventi ottimali con meno ricoveri in ospedale, e monitoraggi o consulti a distanza con specialisti, ma anche un collegamento in tempo reale con la propria cartella clinica digitale. Con tutto ciò che consegue in termini di tempestivo intervento nella diagnosi e nella assistenza, consentendo altresì al Servizio sanitario nazionale notevoli risparmi. Ma per fare ciò è necessario potenziare, e non depauperare, la sanità di base operante capillarmente sul territorio, investendola del compito di un primo intervento contro epidemie e malattie varie; riservando all’ospedale il ruolo di ultimo approdo per i casi più gravi.

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