Ma dove va l’Europa?

Esteri

Mettiamo, per un attimo, da parte l’untuoso manicheismo sull’Europa che ha caratterizzato gli ultimi anni. Mettiamo da parte chi esalta qualunque affermazione venga profferita dalle parti di Bruxelles o Strasburgo, o resta in posa estatica – da adulatore prostrante e servile – quando a difendere tale modello si ergono scudieri alla Mario Monti o Emma Bonino. Ma, al contempo, mettiamo da parte anche coloro i quali confutano ogni facezia provenga da quelle parti ritenendola frutto di un complotto pluto-masso… eccetera. Facciamo finta che tutto ciò non esista e stiamo ai fatti, quelli più crudi. Tentiamo di articolare un giudizio sull’Unione europea staccandoci dallo sfondo dialettico che ci impone la fossilizzazione del ragionamento sempre e solo sull’Euro, aprendoci invece all’unica prospettiva che ci può consentire di articolare valutazioni asettiche sulla sua azione di governo più tangibile e teoricamente egemonica: la politica estera. Solo partendo da simili parametri abbiamo infatti la possibilità di stimare piccinerie e grandezze, statisti e vassalli.

 Allora, seppur in velocità, analizziamo questo contesto.  In Libia (la Libia del petrolio… ma anche quella da cui partono frotte di immigrati per il Vecchio Continente) sta per arrivare financo la Turchia; la Russia, e varie altre potenze, in maniera diretta o indiretta, gironzolano da quelle parti già da un po’ di tempo. In uno dei luoghi centrali dell’attuale scenario internazionale non è presente in modo strutturato e permanente l’Unione europea, avendo rinunciato a qualunque ruolo di potenza e supremazia reale.  Sulla questione Iran siamo fermi al palo delle ”dichiarazioni formali”, dei comunicati ufficiali e ufficiosi, ma nessuna assunzione di responsabilità che sia potente, credibile, unitaria, realistica, utile per gli interessi di quell’area e di rimando per gli interessi collettivi europei. Chiedere senso di responsabilità, moderazione e dialogo, rientra nel gioco delle parti. Ma è evidente che manchi una comune, condivisa e prolungata direzione di marcia; che, soprattutto, non sia più succube di scelte altrui.  Sull’intero quadrante medio-orientale la situazione non è dissimile. Ognuno adotta e propugna azioni singole e scompaginate, tranne poi accodarsi al drago delle potenze imperiali quando entrano in gioco con la necessaria violenza e risolutezza Russia, Usa o Cina. Fatto di per sé non negativo se questo allineamento fosse frutto di una strategia tesa a valorizzare al massimo i nostri interessi; quelli europei, intendo! E peraltro, questo atteggiamento è lo stesso utilizzato per le “primavere arabe” e tutto quanto accaduto e accade di fronte alle nostre coste.

 La politica estera, dunque, non si improvvisa. Ma ecco il punto: l’Europa non ne ha uno straccio, una parvenza. Insomma, Sunniti, Sciiti, Waaabiti, Siria, Assad, Isis, Soulimani, Arabia Saudita, petrolio, Israele, Palestina, e poi la presa “silenziosa” dell’Africa da parte della Cina, le vicende che coinvolgono Putin e i vecchi Stati sganciatisi dall’Urss non sono questioni verso le quali ci si può accostare con un così alto grado di pressapochismo e superficialità; lo stesso utilizzato per questioni interne dai singoli Stati.  Sin dall’alba di questo tentativo, per ora mal riuscito, è stata data primazia alla moneta, alla difesa del totem-Euro senza accompagnare tale visione ideologica da politiche di sostegno che la proiettassero in reale competizione con le altre monete mondiali. Non si è mai adottata una visione imperiale di espansionismo culturale e politico che corroborasse e sostenesse questa idea di fondo che, invece, fa acqua da tutte le parti. Se l’Unione europea avesse promosso in questi anni una autonoma azione di governo e di pressione in ambito internazionale, e su ogni singola tenzone, larga parte dell’opinione pubblica avrebbe certamente rimodulato la sua avversione verso questo esperimento che, per ora, sembra avviarsi tristemente al fallimento. In attesa di “tempi migliori”, qualunque cittadino europeo avrebbe messo da parte la sua ostilità verso l’Euro e tutte le panzane ad esso correlate, condividendo e agevolando una energica politica europea, imperiale e potente. Così non è stato e non è!

 Tuttavia, dalla politica estera non si sfugge (se non per infamia o vigliaccheria) perché prima o poi essa chiede il conto anche alle nazioni più insignificanti e perché esiste una peculiare caratteristica che la differenzia nettamente dalle esitazioni ed irresolutezze della politica interna: la strategia di lungo periodo, che è elemento che non può essere mai sottaciuto. Se per i ”fatti interni” possono valere alleanze ondivaghe, tradimenti e cambi di casacca, in un contesto di relazioni internazionali tutto ciò non porta frutti positivi. Tradimenti e inganni non mancano, abilità diplomatiche spinte all’inverosimile e accordi trasversali con antichi e nuovi nemici sono previsti e accettati con naturalezza, ma sul lungo periodo la scelta delle alleanze e degli interessi resta sempre assolutamente prioritaria e indiscernibile. Degli interessi ancor prima degli alleati, oserei dire!  L’Unione europea – questa Unione europea! – non ha alcun futuro perché utilizza metodi da lotta politica interna su uno scenario improprio, che è quello internazionale. Non intende imporre alcun ruolo di potenza e di supremazia, tantomeno porsi come controparte credibile in ogni conflitto economico, militare o politico lambisca i suoi confini. Si muove utilizzando la tattica mentre – oramai passati 30anni dalla caduta del Muro – siamo ad un punto di non ritorno in cui servirebbe un metodo ed una idea imperiale, o se volete, utilizzando un linguaggio politicamente corretto, di ampio respiro.

Blog Luigi Iannone

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