Che “Il Foglio” viva ma ora il suo caso apra una operazione di verità

Politica

Il caso del preventivato taglio del finanziamento pubblico a “Il Foglio”, perché di questo si tratta, che è stato sollevato dal direttore Claudio Cerasa, si presta a considerazioni non semplicistiche, che una volta tanto dovrebbero provare ad uscire dalla logica amico-nemico.

Il dibattito, a causa della chiusura natalizia dei giornali, si sta svolgendo soprattutto con dichiarazioni e sui social, facile preda per loro natura delle opposte tifoserie. Mattia Feltri, intervenuto contro il taglio che potrebbe finire per affogare il giornale fondato da Giuliano Ferrara, ha dato una sorta di “patente” di liberalismo affermando che sarebbe “da somari’ pensare che lo Stato non debba finanziare “partiti, giornali, musei, teatri, e tanto altro”. E che anzi debba farlo “per il bene della democrazia”.

Ora, a parte che “somari” sarebbero, in quest’ottica, molti Padri del liberalismo, l’idea che lo Stato debba fare il bene della democrazia foraggiando imprese e iniziative culturali presenta non poche problematicità da un punto di vista liberale. Da un lato non è infatti assolutamente detto, anzi sembra vero il contrario, che la democrazia si regga, come si dice oggi, sulla “competenza”; dall’altro sorge il problema serio di chi stabilisce chi è veramente “competente” (e quindi può ricevere il finanziamento) e chi no. Tralasciando il fattore fondamentale che quella che oggi viene spacciata per “competenza” è per lo più una mezza cultura appiccicaticcia e mainstrean.

Detto questo, in punto di teoria, bisogna considerare che, nella realtà, il finanziamento pubblico esiste e non potrebbe, nelle condizioni oggi date, non esistere. Un liberalismo serio, che non è rivoluzionario, deve fare i conti con questo dato di realtà. La scelta dei finanziati dovrebbe essere allora il più possibile tendente alla “oggettività” (che pure è un ideale irraggiungibile) e alla “imparzialità”. Ora, se si scorgono certe tabelle ministeriali, che nessun governo di destra ha mai proposto di modificare in verità con un intervento di sistema e non fatto di issues simboliche, esse risentono ancora di una certa cultura mainstream e di sinistra, che esercita anche in questo modo la sua “egemonia culturale” nel nostro Paese.

Ora l’impressione è che, non avendo nessuno la volontà di intraprendere la strada faticosa e “impopolare” della revisione organica e razionale, si proceda in modo arbitrario e giusto per dare una lezione ai propri conclamati nemici. Lo stesso riferirsi, nel caso de “Il Foglio”, a indagini in corso della finanza sembrano pretestuose. Di queste azioni “esemplari” ne faceva le spese “Radio Radicale”, che pure svolge un servizio di utilità pubblica che altri non fanno, e oggi “Il Foglio”. Come nel caso di “Radio Radicale”, mi auguro che anche la vicenda de “Il Foglio” si risolva in positivo per la testata.

Ciò che però trovo intollerabile è la solidarietà a fasi alterne di certi opinion maker italiani; le ipocrisie di chi non ha il coraggio di dire le cose come stanno (e cioè che in questo contesto pure i “liberisti” devono fare i conti con il principio di realtà, cosa che da sempre fa il liberalismo che anche per questo non coincide con il liberismo ideologico); la retorica della “democrazia da difendere” e della “libertà minacciata” che aspetta queste occasioni per esercitarsi in tali sproloqui. Gli “scandali”, compreso quello dei “liberisti coi soldi degli altri” come un po’ volgarmente è stato detto, vengono per stimolare le “operazioni di verità”. Saremo capaci tutti di intraprenderle?

Blog Corrado Ocone

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