La crisi tragicomica del governo Conte: faremmo bene a ricordare le cose che ci insegna

Politica

La prima lezione. L’esecutivo populista è stato chiamato con grande enfasi dagli stessi populisti “governo del Cambiamento”. In realtà, avrebbero fatto meglio a definirlo “governo del Risentimento”. Il vero carattere del ministero nato dal matrimonio all’italiana tra Matteo Salvini e Luigi Di Maio è stato il rancore con cui hanno colpevolizzato i governi precedenti riuscendo, però, a fare peggio. Il governo del Risentimento passerà alla storia repubblicana, infatti, come il governo a crescita zero. Un autentico capolavoro. A dimostrazione che con il rancore e con l’odio non si governa: si distrugge ma non si crea nulla di nuovo e duraturo. Alla fine a consumare il governo Conte è stato proprio il suo stesso sentimento malsano e rancoroso con cui i due coniugi si sono tanto odiati. La rottura – “qualcosa si è rotto” ha detto Salvini – è non solo politica ma anche umana.

La seconda lezione. Non si affida il governo di un grande Paese, quale ancora è nonostante tutto l’Italia, ad un perfetto Signor Nessuno. Lo dico con tutto il rispetto che si deve al professor Giuseppe Conte. Il quale, però, è appunto venuto fuori dal nulla e il suo punto di forza era proprio la sua conclamata debolezza: essendo un Signor Nessuno poteva tornare buono per far raggiungere a Salvini e a Di Maio un compromesso dal momento che loro due si sposavano ma non si amavano a tal punto da consentire a l’uno o all’altro di assumere la carica di presidente del Consiglio. Il risultato è che ora, al momento della crisi definitiva innescata da una sceneggiata mal calcolata dai Cinque Stelle, il professor Conte non si schioda dalla poltrona perfino davanti allo spettacolo del suo stesso esecutivo che in Senato si è espresso sulla mozione riguardante la Tav con due giudizi diversi ed opposti di due sottosegretari e, addirittura, lasciando passare come una cosa del tutto normale la presentazione della stessa mozione anti-Tav da parte del partito di maggioranza relativa che si è trasformato in una seduta parlamentare di ordinaria follia nel principale partito d’opposizione. Dinanzi a tale avanspettacolo qualunque capo del governo sarebbe salito al Quirinale per rimettere il mandato, mentre il professor Conte ha pensato bene di convocare due giorni dopo una conferenza stampa senza domande per rilasciare una dichiarazione di guerra al suo stesso ministro dell’Interno. La tragicommedia è senza fondo.

La terza lezione. La Lega e il M5S hanno in comune il populismo. Sono i due volti dello stesso fenomeno. Sulla base di questo loro comun denominatore si sono accordati e hanno sottoscritto un anti-costituzionale e anti-politico contratto di governo per realizzare né più né meno, al netto della dittatura, il nazionalsocialismo del XXI secolo: la Lega vi ha messo il suo nazionalismo e il M5S il suo socialismo. Ancora una volta, però, la storia, come già accaduto nel Novecento, si è incaricata di dimostrare che il nazionalsocialismo non si realizza senza sopprimere le libertà. Alla fine le contraddizioni sono esplose perché la ricerca continua, sulla base del Risentimento, del colpevole, la creazione perenne di alibi, la disonesta autoassoluzione, tutto si è dimostrato ampiamente insufficiente a tenere sott’acqua la verità/realtà che è emersa. La fine del governo Conte, in qualunque modo vada a finire, non è dovuta a questo o a quel sondaggio ma al fallimento stesso dell’esecutivo che ha condotto il Paese nel vicolo cieco della stagnazione economica e morale.

Giancristiano Desiderio (Blog Nicola Porro)

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