Non sapevo di essere un’emarginata da un linguaggio becero e maschilista, ma ora lo so. L’ha spiegato benissimo il Comune di Milano che adotta un linguaggio boldriniano nella comunicazione, nei moduli, negli atti amministrativi per rispettare quelle pari opportunità che reinseriscono le donne, poverine, nella parità di genere. Pare un contentino, offerto con magnanimità, per dare fierezza, forza, consapevolezza. Le lotte femministe negli anni 60 e 70 partivano da rivendicazioni reali, per acquisire una parità comportamentale che seguiva la coscienza dei propri valori. E non si può dire che oggi ad esempio nel campo economico sia stata raggiunta la parità, ma la volontà di autodeterminazione ha fatto un grosso passo avanti. Ora si parte dal linguaggio, con la benedizione della Crusca, per una rivoluzione epocale. Significa che ribadendo ogni giorno in ufficio, nella pausa caffè “assessora”, “controllora”, “presidenta”, ispettora ecc. aumenta la parità di genere? Ma come ci si comporta con collega, ad esempio? Diventa collego? Perché il rinnovamento deve essere reciproco per la parità di genere. Forse è un modo per verificare in fretta l’adozione delle quote rosa, chissà. Ma ci vuole ben altro per cambiare la forma mentis maschile. Comunque partire dalla comunicazione creerà qualche intoppo, forse ci vuole un vademecum. Ma il Comune, essendo di sinistra, adotterà un tavolo di formazione (?)
Recita il Comune “Tra gli obbiettivi perseguiti dal tavolo, la realizzazione di un programma di formazione per le risorse umane dell’ente, a tenore culturale e linguistico, per il superamento del divario di genere nel linguaggio del Comune. La pianificazione della revisione di tutti i testi amministrativi in vigore e della modulistica diretta alle utenti e agli utenti dei servizi comunali. Oltre a promuovere l’adozione della parità di genere nella comunicazione istituzionale e amministrativa delle società partecipate, enti e aziende.” Ma quanto costa? Contemporaneamente le scuole continueranno a cadere a pezzi?

Soggettista e sceneggiatrice di fumetti, editore negli anni settanta, autore di libri, racconti e fiabe, fondatore di Associazione onlus per anziani, da dieci anni caporedattore di Milano Post. Interessi: politica, cultura, Arte, Vecchia Milano
Il linguaggio “boldriniano” come viene definito nell’articolo, può essere paragonato ai tentativi di “italianizzazione” di nomi di città ed oggetti dell’era fascista ( Basta pensare che nel ventennio il gilè doveva essere chiamato giustacuore, il bar doveva chiamarsi mescita e ed il cooktail coda di gallo per non parlare del cachet che si doveva chiamare cialidino. A tale proposito, vi invito a rivedere il film “Gli anni ruggenti con interpretato da Nino Manfredi, Gastone Moschin e Gino Cervi). In altre parole, il politicamente corretto è un’emerita sciocchezza !!