Case chiuse 60 anni dopo la legge Merlin

Politica

La legge sulle case chiuse, strenuamente voluta e tradotta in disegno di legge fin dal 1948 dalla senatrice Merlin, entrò in vigore nel settembre 1958 e vennero chiuse le 560 case di tolleranza esistenti in Italia. In tal modo, da quel momento le 2.700 prostitute che le ospitavano se ne andarono a spasso.

Si noti che quelle case erano volute o tollerate da sempre, perché, come diceva Benedetto Croce, mantenerle aperte costituiva il male minore. La stessa Chiesa, pur condannando, in via di principio, la lussuria, anche perché in contrasto con il principio di fedeltà nel matrimonio, si dimostrava tollerante nella considerazione che le inevitabili trasgressioni matrimoniali o la umana debolezza delle persone sole, potevano avere uno sfogo più protetto se assistito da case vigilate dal sanitario e sotto il controllo dall’autorità.

Era trascorso un decennio di discussioni e di scontri assai animati prima dell’approvazione della legge del 1958 sull’opportunità di chiudere quelle case. Da una parte i socialisti, di cui la Merlin era espressione parlamentare, e buona parte dei democristiani sostenevano che l’esistenza di quelle case, da ultimo riordinate sotto il governo Crispi nel dicembre 1883, costituiva un grave vulnus alla dignità della donna. Inoltre – come sosteneva Lenin, citato dalla Merlin – si voleva evitare che il proletariato “scivolasse verso la sfrenatezza”. Dall’altra parte si sosteneva, con buon fondamento, che la legge avrebbe violato la libertà individuale e avrebbe aggravato, anziché risolverli, i problemi sessuali di chi non poteva fare a meno di quelle prestazioni.

L’esperienza di 60 anni ha dimostrato quanto sia stata inutile ed anzi disastrosa quella legge. E’ sotto gli occhi di tutti lo spettacolo offerto da tutte le città, sia nelle strade periferiche che in luoghi più o meno appartati dei centri storici: donne, per lo più extra comunitarie discinte, affamate di soldi, si offrono in maniera volgare e spoetizzante a tutti e per tutte le versioni (e, spesso, perversioni) del sesso, senza regole, con assai dubbia igiene. Senza considerare il connesso ed inevitabile fenomeno dello sfruttamento da parte dei “papponi” che vivono sulle spalle di queste donne.

Quindi, l’auspicio di restituire la dignità e la libertà alle donne, ferite dalla  permanenza delle “case chiuse”, si è tradotto nella pratica quotidiana nello sfruttamento, per giunta ricattatorio, voluto e organizzato da schiavisti criminali.

E senza considerare che questo commercio, che non frutta alcuna risorsa per lo Stato, dura indisturbato appunto da 60 anni, senza alcun serio controllo da parte dell’autorità, che solo sporadicamente rispedisce al proprio Paese quelle “donnine” non in regola con la legge.

E ciò, in un contesto europeo che ha risolto diversamente e in modo più idoneo il problema. Basti pensare che siamo circondati da Paesi meta dell’ininterrotto turismo sessuale degli italiani: Slovenia, Croazia, Svizzera, Austria, per citare quelli più vicini a noi, ospitano innumerevoli schiere di “vacanzieri” che affollano le strutture create ad hoc, senza alcuna preoccupazione e in piena libertà.

Che fare, allora?  E’ inevitabile che dove c’è richiesta – e questa non mancherà mai da parte degli uomini – di prestazioni sessuali, si presenta una offerta femminile, sia pure “interessata”. Si pone quindi, e si porrà sempre, il problema di dare una risposta a questa esigenza, per così dire incomprimibile

Ora, pensare ad una organizzazione libera e volontaria di questa attività che accolga la donna in un ambiente protetto, controllato sotto il profilo sanitario e protetto dalla intrusione di lenoni, vigilato dalle autorità e tenuto a corrispondere una adeguata imposta allo Stato, al pari di qualunque altra prestazione, non dovrebbe costituire alcuna menomazione alla dignità e alla volontà della donna che quella attività svolga in maniera volontaria e consapevole.

E’ una soluzione che probabilmente non risolverà tutti i problemi, ma che può costituire una positiva risposta alle esigenze maschili, da un lato, a quelle della donna, dall’altro, che non si vedrebbe gettata sulla strada e soprattutto sfruttata da criminali; e, infine, al fisco, che potrebbe devolvere gli introiti a favore delle innumerevoli attività benefiche a protezione dei più deboli. Sicché, anche un’attività moralmente riprovevole può generare un reddito sicuro alla collettività.

Tuttavia, la Corte costituzionale ha “salvato” la legge Merlin, nella considerazione che abrogare una legge è compito solo del parlamento, al quale la Corte non può sostituirsi, pur se può condividere le ragioni di inadeguatezza e di nocività.

Gabriele D’Antino

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