Lombardia: Relazione sul lavoro della DIA (Direzione Investigativa Antimafia) nel primo semestre 2018

Lombardia

Pubblichiamo per esteso la relazione stilata dalla DIA sull’attività svolta e sui risultati conseguiti nel territorio lombardo durante il primo semestre dello scorso anno.

Trascorsa la stagione dei collaboratori di giustizia – compresa tra la fine degli anni ‘80 e gran parte degli anni ’90 – ed esaurita la relativa fase giurisdizionale che ha inferto duri colpi alle consorterie, in Lombardia i gruppi criminali hanno costituito, all’occorrenza, occasionali alleanze con organizzazioni criminali anche di altra matrice, sia italiana che straniera, per la realizzazione di svariati interessi illeciti.

Criminalità organizzata calabrese

Il risalente radicamento della ‘ndrangheta in Lombardia ha consentito alla matrice mafiosa calabrese di dotarsi di una struttura di coordinamento sul territorio denominata, appunto, “la Lombardia”, intesa come una vera e propria “camera di controllo”, in collegamento con la “casa madre” reggina e funzionalmente sovraordinata ai locali presenti nella zona.

Negli anni le investigazioni hanno tracciato la presenza di numerosi locali di ‘ndrangheta nelle province di Milano (locali di Milano, Bollate, Bresso, Cormano, Corsico, Pioltello, Rho, Solaro e Legnano), Como (locali di Erba, Canzo-Asso, Mariano Comense, Appiano Gentile, Senna Comasco, Fino Mornasco e Cermenate), Monza – Brianza (locali di Monza, Desio, Seregno, Lentate sul Seveso e Limbiate), Lecco (locale di Lecco e Calolziocorte), Brescia (locale di Lumezzane), Pavia (locali di Pavia e Voghera) e Varese (locale di Lonate Pozzolo). Presenze non strutturate sono state riscontrate inoltre nelle province di Cremona, Mantova, Bergamo e Lodi.

Tra quelli menzionati, le più recenti evidenze investigative confermano il particolare spessore criminale del locale di Corsico, controllato dalla cosca BARBARO-PAPALIA di Platì (RC), che mantiene forti legami con l’area di provenienza ed al centro di diverse attività investigative concluse nel semestre.

Nel mese di gennaio, nell’ambito dell’operazione “Vindicta”, la Guardia di finanza ha eseguito, tra la Lombardia e la Calabria, una misura cautelare nei confronti di 8 soggetti, partecipi di un sodalizio autoctono operante nell’area metropolitana milanese di Corsico, Assago, Buccinasco e Trezzano sul Naviglio, attivo nel traffico internazionale di cocaina e di armi. Nel corso delle operazioni sono stati sequestrati 7 fucili e 2 pistole, munizioni di vario tipo, alcuni motoveicoli rubati e una pressa industriale utilizzata per confezionare lo stupefacente. L’indagine ha evidenziato le potenzialità logistiche strumentali al narcotraffico internazionale, nonché il supporto fornito, in Spagna, a un sodale latitante. Tra le figure di vertice del sodalizio, prevalentemente di origini calabresi, spiccano soggetti contigui al clan BARBARO, uno dei quali – già emerso nella nota indagine “Infinito” per i suoi contatti con esponenti del locale di Milano – è risultato coinvolto anche nell’operazione “The Hole”.

Sono del successivo mese di febbraio le operazioni “Martingala” e “Vello d’Oro”, citate nel capitolo dedicato alla presenza della ‘ndrangheta in Calabria, che hanno fatto luce su un sodalizio criminale partecipato da esponenti delle cosche BARBARO-I Nigrie NIRTA-Scalzone, nonché da un soggetto originario di Melito Porto Salvo (RC) ma residente a Vimercate (MB), principale artefice del sistema delle false fatturazioni e “regista” delle movimentazioni finanziarie dissimulate con fittizie attività commerciali.

Ancora, sempre con riferimento ai BARBARO, nel mese di maggio, nell’ambito della citata operazione “The Hole”, i Carabinieri hanno eseguito, tra la Lombardia ed il Piemonte, una misura cautelare nei confronti di 23 soggetti, tra i quali sodali della cosca citata (in particolare, il menzionato indagato dell’operazione “Vindicta”), responsabili di traffico di stupefacenti, ricettazione, intestazione fittizia di beni, porto e detenzione illegale di armi comuni da sparo e munizioni. Nel corso delle operazioni sono stati sequestrati oltre kg. 300 di droga, armi e un centro estetico a Cerro Maggiore (MI), punto di incontro per alcuni degli indagati. L’inchiesta ha fatto, altresì, emergere i rapporti tra i BARBARO ed un soggetto originario di Platì (RC), ma residente a Volpiano (TO), con precedenti per associazione mafiosa e traffico di sostanze stupefacenti, ritenuto elemento di spicco proprio del locale di Volpiano.

 

In ordine, invece, alla frangia dei PAPALIA, si segnalano anche gli esiti dell’operazione “Happy Dog”, conclusa dalla Polizia di Stato nel mese di giugno – tra Taurianova, Locri, Gioia Tauro (RC), Lamezia Terme (CZ), Melissa (KR) e Gudo Visconti (MI) – con l’esecuzione di un’ordinanza di custodia cautelare nei confronti di 11 soggetti, ritenuti responsabili, a vario titolo, di tentata estorsione, turbata libertà degli incanti, illecita concorrenza con minaccia e violenza, intestazione fittizia di beni e truffa, reati aggravati dal metodo mafioso. Oltre ai BARBARO – PAPALIA, la regione è segnata da altre importanti presenze di ‘ndrangheta.

Nel mese di maggio, con l’operazione “Barbarossa”, i Carabinieri hanno tratto in arresto 26 soggetti, uno dei quali, da poco trasferitosi nella provincia di Brescia, aveva partecipato ad una serie di attività estorsive, nonché a più episodi delittuosi in materia di armi, agendo per conto e nell’interesse della famiglia PESCE di Rosarno (RC).

Sempre nel mese di maggio, nel prosieguo dell’operazione “Mar Ionio” (aprile 2016), i Carabinieri hanno eseguito un sequestro, emesso dal Tribunale di Milano, nei confronti di esponenti della famiglia LOIERO, insediati in Lombardia e Calabria.

Il provvedimento ha riguardato 2 imprese edili, 1 ristorante, 1 palazzina, 2 ville, 3 box, 22 terreni, mezzi per il movimento terra, autoveicoli e 6 rapporti finanziari, per un valore di circa 5 milioni di euro. Le indagini dell’operazione “Mar Ionio” furono avviate a seguito di un atto intimidatorio commesso a Milano nei confronti di uno spacciatore e portarono a smantellare un gruppo, con base logistica nel milanese, dedito al traffico internazionale di cocaina. A Settimo Milanese (MI), dove fu scoperto un laboratorio per il confezionamento e lo stoccaggio della cocaina, vennero sequestrati 180 chilogrammi di cocaina e 112 chilogrammi di sostanza da taglio, oltre ad 1 milione di euro in contanti. La cocaina, proveniente dal Brasile, veniva occultata all’interno di sacchi di colla per lavorazioni edilizie.

Nello stesso mese di maggio del 2018, la Guardia di finanza ha dato esecuzione ad una misura cautelare nei confronti di 8 indagati, fra i quali, ai vertici dell’organizzazione, un soggetto di Reggio Calabria domiciliato a Milano, in rapporti di parentela con esponenti della cosca ALVARO di Sinopoli (RC). Il sodalizio, operativo tra l’Italia e la Romania, disponeva di società “cartiere”, utilizzate per la creazione di illegittimi crediti d’imposta e per il reimpiego di denaro nel settore della ristorazione e dello smaltimento dei rifiuti.

Altro locale di ‘ndrangheta particolarmente attivo nel semestre è risultato quello di Pioltello[3]. A Ferno (VA), nel mese di gennaio, i Carabinieri hanno arrestato il figlio di un noto boss della cosa nostra di Gela (CL) – contiguo a personaggi di spicco del predetto locale – per traffico internazionale di cocaina importata dal Sud America verso i porti di Amburgo e Anversa.

Sul fronte degli stupefacenti, gli ulteriori sviluppi dell’operazione “Linfa” del 2017 hanno permesso alla DIA, nel mese di gennaio del 2018, di eseguire una misura cautelare in carcere per traffico di sostanze stupefacenti. L’inchiesta in parola aveva, tra l’altro, fatto luce sulla possibile riorganizzazione del locale di Legnano, nell’omonima località dell’alto milanese, individuandone una base operativa riconducibile proprio all’arrestato. Quest’ultimo era il figlio del reggente della struttura di ‘ndrangheta denominata “La Lombardia”, ucciso in un agguato mafioso il 14 luglio 2008 a San Vittore Olona (MI). Il successivo mese di marzo si è registrato il primo stepprocessuale dell’inchiesta “Linfa”: il GUP di Milano ha condannato per associazione finalizzata al traffico e alla detenzione di sostanze stupefacenti gli imputati che avevano scelto il rito abbreviato.

Nel semestre in esame la pervasiva operatività della ‘ndrangheta in Lombardia è stata sancita anche in altri processi.

Il 3 febbraio, infatti, sono state depositate le motivazioni della sentenza emessa dal Tribunale di Mantova, nell’ambito dell’inchiesta “Pesci”, con la quale sono stati condannati per associazione di tipo mafioso 5 affiliati della cosca cutrese GRANDE ARACRI[4]. Dalla lettura delle motivazioni si chiarisce il modus operandi della struttura mafiosa stanziata nella Lombardia orientale, delineando una ’ndrangheta degli affari, economicamente dinamica, operativa, catalizzata ed attratta dalla grande o piccola commessa, dal guadagno, dal profitto e dalla speculazione. In diversi passaggi delle motivazioni della sentenza si fa riferimento ad uno stretto rapporto tra il locale stanziato al nord, vera e propria proiezione, pur dotata di autonomia, della cosca cutrese. Nella provincia di Mantova, sempre secondo la ricostruzione del giudice di primo grado, da tempo si sono create le condizioni di un humus socio-economico “straordinariamente favorevole” all’infiltrazione ‘ndranghetista soprattutto nel campo delle attività legate all’edilizia[5].

Il 25 maggio, poi, la Corte d’Appello di Milano ha condannato[6] per scambio elettorale politico-mafioso, concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione aggravata dal metodo mafioso a 7 e 6 mesi di reclusione un ex amministratore regionale arrestato, nel 2012, nell’ambito dell’operazione “Grillo Parlante” eseguita dall’Arma dei carabinieri. In occasione di una competizione elettorale, infatti, il politico aveva comprato per 200 mila euro un pacchetto di 4 mila voti da un esponente della cosca MORABITO-PALAMARA-BRUZZANITI di Africo e da un affiliato dei MANCUSO-DI GRILLO di Palmi, mettendosi quindi nella disponibilità di criminali che “vestono elegante e parlano forbitoesponenti di una mafia – scriveva il GIP nel provvedimento restrittivo – capace di infiltrarsi in settori vitali dell’economia e della Pubblica Amministrazione lombarda”.

Non da ultimo, appaiono assolutamente significativi gli aspetti desumibili dalle comunicazioni interdittive antimafia adottate nel semestre, che hanno colpito 3 locali della movida milanese e che mostrano come la criminalità organizzata di ‘ndrangheta riesca ad affermare la propria presenza nel cuore del capoluogo lombardo, anche grazie a ingenti disponibilità di capitali illeciti.

Criminalità organizzata siciliana

Per quanto concerne la presenza nella regione di formazioni mafiose di matrice siciliana va detto che l’opera di “sommersione”, da tempo attuata da cosa nostra, sembra aver raggiunto – particolarmente al settentrione – l’obiettivo di perfezionare la propria capacità di mimetizzarsi per infiltrare in maniera meno appariscente, ma più subdola e per questo ancor più pericolosa, il tessuto dell’economia legale.

Oltre al già citato arresto, eseguito a Ferno (VA), nel mese di gennaio, da parte dei Carabinieri, del figlio di un noto boss di cosa nostra di Gela (CL), contiguo a ‘ndranghetisti del locale di Pioltello, nel semestre in parola le attività di contrasto alla mafia siciliana si pongono nel solco di investigazioni concluse in periodi precedenti. In tal senso, risulta esemplificativa l’operazione “Security”, coordinata dalla DDA di Milano che, nel maggio 2017, aveva condotto all’arresto di 15 persone, alcune delle quali riconducibili alla famiglia LAUDANI di Catania. L’attività investigativa aveva fatto luce sull’operatività di un’associazione criminale che, attraverso una serie di società e cooperative, era riuscita ad infiltrare il tessuto economico lombardo, organizzando servizi di vigilanza, sicurezza e logistica. Gli ulteriori sviluppi di tale operazione si sono orientati lungo diversi filoni. Con il primo, nel gennaio 2018, è stato tratto in arresto un commercialista di origini messinesi, già sottoposto agli arresti domiciliari nella propria abitazione di Monza, il quale aveva favorito la citata consorteria mafiosa catanese: in particolare, avvalendosi delle proprie competenze e del conseguente circuito relazionale nel milanese, aveva ideato, a vantaggio di una società riconducibile alla consorteria, un articolato meccanismo di evasione delle imposte attraverso false fatturazioni.

Il secondo filone, sempre di gennaio, ha interessato alcuni soggetti di origine pugliese, tra i quali un dirigente di una società di calcio professionistica, ritenuto responsabile del reato di riciclaggio.

Un ulteriore sviluppo, del successivo mese di marzo, ha riguardato un catanese residente in Lombardia, ritenuto responsabile, unitamente ad altri, del reato di concorso esterno in associazione di tipo mafioso, che avrebbe fornito un contributo rilevante al rafforzamento dell’associazione mafiosa riconducibile proprio alla famiglia LAUDANI.

Altre indagini collegate a Cosa nostra siciliana hanno permesso alla Guardia di finanza, nel mese di gennaio del 2018, di sequestrare disponibilità finanziarie e beni mobili e immobili, molti dei quali in provincia di Milano, per un valore di 10 milioni di euro, nei confronti di un soggetto originario dell’ennese, ma residente in Lombardia. L’uomo, ritenuto responsabile di associazione di tipo mafioso in relazione alla sua appartenenza alla famiglia di Pietraperzia (EN), reimpiegava capitali di provenienza illecita in attività produttive nell’Italia settentrionale, in particolare nel settore della compravendita di autovetture di grossa cilindrata.

Criminalità organizzata campana

La Lombardia attrae gli interessi anche dei clan camorristici oltre quelli menzionati di ‘ndrangheta e cosa nostra. Diverse attività investigative condotte da Procure e Forze di Polizia campane hanno avuto riflessi nella regione, soprattutto per quanto riguarda la cattura di latitanti e le attività di reinvestimento di capitali illeciti, operate da insospettabili prestanome nei più svariati settori.

Negli anni, le operazioni di polizia condotte nella provincia di Milano hanno interessato i clan napoletani MARIANO, LICCIARDI, CONTINI, DI LAURO, MAZZARELLA, FABBROCINO, MOCCIA, GIONTA, NUVOLETTA, POLVERINO ed il cartello casertano dei CASALESI.

L’ultimo episodio di rilievo, in ordine di tempo, riguarda l’operazione “Scugnizza 2”, coordinata dalla DDA di Napoli, che ha permesso, nel mese di aprile del 2018, di sgominare un vasto traffico di droga (cocaina e hashish), destinata alla Campania, gestito da un latitante vicino ai clan NUVOLETTA e POLVERINO di Marano di Napoli (NA). A conclusione dell’indagine, i Carabinieri di Napoli hanno eseguito l’arresto di 60 soggetti, fra i quali spiccano 2 incensurati residenti in provincia di Milano, rispettivamente titolare e dipendente di un’azienda attiva nella costruzione di forni fusori. Su molti di questi forni erano stati creati dei doppifondi, dove venivano occultate ingenti somme di denaro, da inviare in Colombia per pagare le partite di droga, che i narcos sudamericani avrebberopoi inviato in Olanda, da cui venivano fatte arrivare in Campania, occultate a bordo di automezzi pesanti.

Tra gli arresti di latitanti campani, si segnala a Montebello della Battaglia (PV), dove viveva sotto falso nome, quello di un esponente di spicco del clan casertano BELFORTE, eseguito a febbraio dalla Polizia di Stato in esecuzione di un provvedimento cautelare emesso dal GIP di Napoli per il reato di estorsione aggravata dalle modalità mafiose.

Per quanto riguarda la provincia di Brescia, a gennaio, nell’ambito dell’operazione “Free fuel”, coordinata dalla locale Procura della Repubblica, la Guardia di finanza ha eseguito 7 provvedimenti restrittivi e 2 misure attinenti al divieto di amministrare imprese, a conclusione di un’indagine che ha avuto ad oggetto una frode fiscale riferita a 16 milioni di litri di carburante provenienti dalla Slovenia e dalla Croazia. L’associazione criminale abbassava artificiosamente il prezzo finale del prodotto al distributore, attraverso la creazione di società filtro che, sistematicamente, omettevano di versare l’IVA. Tra gli arrestati due brokers mantovani, che mantenevano stretti contatti con una società operante in provincia di Napoli, e quattro soggetti campani, ad uno dei quali è stata contestata l’aggravante mafiosa, in quanto “… amministratore di fatto di una società appartenente ad un gruppo imprenditoriale già in passato risultato essere controllato da una famiglia camorristica…”. Alle transazioni illecite, stimate in complessivi 65 milioni di euro, era singolarmente applicata una sorta di tassa, probabilmente riconducibile alla camorra.

Criminalità organizzata pugliese

Più scarse risultano le evidenze sull’operatività delle propaggini mafiose pugliesi, anche se non mancano attività delittuose poste in essere da esponenti della criminalità foggiana, da tempo insediati nel milanese, o “trasferitisi”, attivi nei settori delle rapine, dei furti e degli stupefacenti.

Proprio con riferimento a quest’ultimo settore, nel mese di giugno, sotto il coordinamento di Eurojust, la Guardia di finanza e la Polizia serba hanno concluso l’operazione “Kamagra”, con l’esecuzione di un provvedimento restrittivo, tra Milano e Belgrado (SRB), nei confronti di 12 soggetti. Le indagini hanno fatto luce su un ingente traffico internazionale di cocaina, marijuana e di armi, realizzato da una compagine criminale italiana capeggiata da un barese – da tempo stanziato nel milanese – e da un cittadino serbo. I due erano già noti per essere stati coinvolti, nel 2009, nell’ambito dell’operazione “Domino”- coordinata dalla DDA di Bari – che aveva interessato i clan PARISI, STRAMAGLIA e DI COSOLA.

 

Organizzazioni criminali straniere

Passando ad altri contesti criminosi, si segnala, infine, una significativa commistione tra la criminalità nazionale e la criminalità romena, come testimoniato dall’indagine “Bruno”, conclusa, nel mese di marzo, dalla Polizia di Stato, in collaborazione con Europol, Eurojuste la Polizia romena.

Le indagini hanno riguardato sofisticate frodi informatiche bancarie, perpetrate ai danni di possessori di carte di pagamento e di conti correnti on-line, poste in essere da un sodalizio composto da oltre 20 soggetti (tra cui esperti informatici romeni) e capeggiato da due calabresi, uno dei quali da tempo residente in Romania. Il gruppo criminale era riuscito a sottrarre, nel 2017, più di 1 milione di euro ad oltre 100 titolari di conti correnti italiani on-line: denaro poi trasferito in Romania, Spagna e Russia.

La presenza di consorterie di matrice straniera nella Regione si rileva nei redditizi settori del traffico di stupefacenti, delle armi, della contraffazione, fino alla tratta di persone da avviare al lavoro nero e alla prostituzione. Tutte attività nelle quali i gruppi e le organizzazioni straniere operano in sinergia e, spesso, in interazione con le organizzazioni criminali autoctone.

Questi sodalizi mantengono, molto spesso, i contatti con le consorterie dei paesi d’origine, ma talvolta interagiscono con organizzazioni multinazionali per le quali operano come tratto terminale della filiera illecita. E’ quanto accade nella gestione illecita dei flussi migratori, ove le aggregazioni criminali straniere, allo stato, sembrano aver investito maggiori risorse. L’attività illecita copre tutte le varie fasi della tratta, dall’organizzazione delle partenze dai paesi di origine, alle traversate per raggiungere il territorio nazionale, compresa la gestione di “servizi di trasporto” verso le destinazioni finali, anche in altri paesi europei.

La tratta di esseri umani consente di portare in Italia un elevato numero di risorse umane che, in parte, vengono successivamente impiegate in diverse attività criminali concernenti i reati predatori, la manodopera clandestina, lo sfruttamento della prostituzione e lo spaccio di sostanze stupefacenti.

Le rotte dell’immigrazione clandestina risultano spesso coincidere con quelle del traffico di stupefacenti, ove anche i gruppi stranieri concorrono con i sodalizi criminali autoctoni: dall’importazione dall’estero della droga, allo stoccaggio per la raffinazione, sino alla distribuzione e allo spaccio al dettaglio.

Nel semestre in esame continua a delinearsi una consistente presenza della criminalità albanese, non di rado a composizione parentale, attiva sia nel traffico di sostanze stupefacenti[10], sia nello sfruttamento della prostituzione. I sodalizi di origine nigeriana sembrano principalmente interessati, in collaborazione con altre organizzazioni nordafricane, alla gestione della tratta migratoria di propri connazionali, non disdegnando, tuttavia, il comparto illecito degli stupefacenti.

La presenza di appartenenti alla criminalità asiatica e cinese, conferma, nella regione, l’esistenza di un sistema di immigrazione clandestina, dedicato alla sola etnia cinese, tuttavia scollegato dalle rotte utilizzate per i migranti delle altre nazionalità.

Attiva appare anche la criminalità di origine romena, non solo per il traffico di sostanze stupefacenti, ma e soprattutto, come accertato nel semestre dalla Polizia Postale di Milano con la menzionata indagine “Bruno”, in sofisticate frodi informatiche bancarie ai danni di possessori di carte di pagamento e di conti correnti on-line.

Inoltre, in provincia di Milano le indagini di polizia dell’ultimo semestre hanno evidenziato, come un elemento di novità, il coinvolgimento di cittadini iraniani nello spaccio di shaboo.

Sempre in relazione al traffico di droga, nella provincia di Bergamo vi sono state pronunce giurisdizionali che hanno confermato l’operatività di cittadini pakistani nello spaccio di eroina.

Si sono registrati, infine, numerosi episodi di violenza commessi, essenzialmente nell’hinterland di Milano, da bande latinoamericane “pandillas”, ispirate alle aggregazioni di latinosda tempo attive negli USA, tuttavia con tassi di violenza inferiore rispetto a queste ultime.Da un controllo avvenuto nel 2017 nei confronti di un sudamericano collegato ad una gang, la Polizia di Milano ha avviato un’indagine che ha permesso di individuare una associazione dedita alla distribuzione di documenti falsi, realizzati in Sudamerica e quindi venduti nel territorio meneghino a soggetti provenienti da quella area del continente americano.

Il grafico che segue evidenzia i reati sintomatici di criminalità organizzata registrati in Lombardia nel primo semestre del 2018:

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