Giorno del Ricordo: “Urlavano Italia e caddero”

Politica

La rappresentazione e i sentimenti di un poeta, per ricordare

Urlavano Italia

E caddero.
Bruciavano di dolore,
e caddero.
Indifesi e soli,
svanirono in infernali voragini.
….
Tornarono nella loro patria,
esuli  con la morte negli occhi
e la speranza nell’anima,
spogli di tutto tranne che la dignità
pronti a rinascere nuovamente,
con l’orgoglio di aver combattuto,
vivendo con l’Italia nel cuore. (Ermanno Eandi)

 

Don Titus Zeman (1915-1969), religioso salesiano slovacco, morto per i postumi di 13 anni di torture, carcere e lavori forzati sotto il regime comunista, per ricordare.

Ordinato sacerdote a Torino nel 1940, rientrato in patria, dopo la guerra finì subito nel gorgo della persecuzione comunista. Nel 1946 perse l’insegnamento per aere difeso a scuola il crocifisso. Riuscì a organizzare due spedizioni clandestine di religiosi salesiani, per portarli a studiare a Torino. Alla terza fu però catturato. Fu processato e condannato come spia del Vaticano. Iniziò la sua via Crucis, fatta di centinaia di giorni di isolamento e di esperimenti sulla sua pelle: fu costretto alla triturazione manuale e senza protezione dell’uranio radioattivo. Nel 1964 fece ritorno a casa ormai irriconoscibile. Morì accompagnato dalla fama di santità e persino le spie presenti ai funerali ne parlarono nei verbali come di un martire che aveva sofferto per la sua Chiesa. 


Le confessioni di Enzo Bettiza in una sua intervista a Repubblica:

Per un esule, quale sono stato, la parola era il solo modo per difendere la mia identità. Sono nato a Spalato. Ho avuto un’infanzia privilegiata. La famiglia era ricca. Un nonno industriale del cemento. Poi la guerra. I rivolgimenti. La rapida fine di un mondo. Il mio mondo. Conoscevo il tedesco, il croato, l’italiano. In casa si parlava veneto. La Dalmazia aveva avuto una lunga storia con Venezia. La marina della Serenissima era composta di istriani e dalmati. Mi affascinavano le mescolanze di lingue, di storie e di uomini. Poi la felicità venne meno. Mi ammalai. Scoprendo, improvvisamente, il senso della precarietà. (…) La guerra in un miscuglio di orrori aveva travolto villaggi e città. Portammo le nostre cose, quel poco che restava della florida attività imprenditoriale, fuori dall’influenza comunista. E di Tito. Furono mio padre e mio fratello a prendere la decisione di trasferirsi in Italia. Mia madre e mia sorella si adeguarono. A me, sinceramente, non interessava impegnarmi nel loro lavoro. Vidi nella mia famiglia, che era stata per lungo tempo importante, i rovesci della fortuna e i tratti del fallimento.

Per non dimenticare.

a cura di Nene

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