Un incontro con Sala: Rom e Sinti vogliono collaborare per quale nuovo progetto?

Milano

Sì, lo sgombero non è sufficiente. Ma può diventare un inizio per misurare il grado dell’illegalità, le presenze criminali, l’attività illecita o irregolare e per creare quella mappa tanto utile alle Forze dell’Ordine. L’affermazione che non ci si può limitare allo sgombero di un campo rom, è dett e ripetuta  dai responsabili delle associazioni rom e sinti che chiedono in modo urgente “un confronto con l’amministrazione e le forze politiche milanesi per contribuire a soluzioni positive”. La lettera è indirizzata anche ai capogruppo dei partiti e, quindi, anche a Fabrizio De Pasquale. Anche se si sentono di un’etnia diversa, dichiarano di aver mal sopportato l’insediamento abusivo di altri rom, perché credono di distinguersi per una condotta regolare, vogliono concordare un nuovo patto. Ma in precedenza sono stati zitti ed è improprio, ora, dopo il disastro costatato in via Bonfadini, incolpare altri che secondo loro sapevano. Via Bonfadini è la punta dell’iceberg che ha scoperchiato degrado, illegalità, ricettazione, consuetudini radicate criminali. La convivenza e il silenzio  sono diventati complicità? Si tratta dei cosiddetti “regolari”, quelli a cui Pisapia regalò le famose casette, fiero che fossero all’avanguardia e da copiare in tutta Europa. Le casette oggi sono cadenti, i servizi rotti e l’incuria regna senza ostacoli. Anche allora c’erano regole da osservare e un affitto minimo da pagare: regole spesso disattese. Gli scriventi invitano a distinguere rom e sinti dagli altri e pensano al futuro dei giovani, invitando l’amministrazione a nuovi investimenti. E pare strano che si spendano ancora soldi per chi professa progetti di vita, ma in molte occasioni dimostra assuefazione ad un ambiente discutibile. L’impressione è che si siano sprecati soldi, che Pisapia abbia fatto un sogno che poi non si è realizzato. L’integrazione, l’inclusione sociale voluta secondo la lettera da queste associazioni sono tutte da dimostrare, nonostante forse la buona volontà. La discriminazione di cui parlano sta spesso nelle loro azioni senza la forza della ribellione. “É stato un modello fallimentare e non va ripetuto» ha ammesso Beppe Sala rompendo un tabù della sinistra. E nell’immaginario collettivo troppe volte i nomadi si sono dedicati alla criminalità, ma ascoltarli è un obbligo sociale.

 

Alleghiamo la lettera inviata ai capigruppo politici dalle comunità rom e sinte di Milano

 

Gentile capogruppo,

le scriviamo in quanto associazioni che negli ultimi anni si sono impegnate sul terreno dell’inclusione sociale delle comunità rom e sinte del territorio milanese.

Il grande risalto dato dai media del 27 settembre ai “roghi di via Bonfadini” e le dichiarazioni del sindaco nella riunione di consiglio dello stesso giorno segnalano un vero grave problema, quello della criminalità nei campi rom regolari di Milano, ma nello stesso tempo nel caso specifico ne nascondono altri: quello non meno grave di chi vedeva e sapeva (polizia locale, polizia di Stato e gestori del campo) e non interveniva e quello delle azioni mancate e degli investimenti falliti negli ultimi 15 anni. Noi stessi negli ultimi anni abbiamo segnalato la necessità di intervenire, soprattutto a tutela delle famiglie più fragili.

Per questo riteniamo utile e urgente un confronto con l’amministrazione e le forze politiche milanesi per contribuire a soluzioni positive, valutando l’esperienza della storia recente. Se si analizzano i dati della frequenza scolastica e degli episodi di illegalità si vede che la situazione negli ultimi anni anziché migliorare è progressivamente peggiorata con più degrado, più devianza e più dispersione scolastica.

Non era necessario un rogo per accorgersi di quello che succedeva, le domande quindi sono: perché si sono lasciate andare le cose fino a questo punto? Qual è il ruolo degli enti gestori? E ora, basta uno sgombero per risolvere il problema?

Se guardiamo le cose in prospettiva vediamo che tutte le giunte hanno centrato la propria azione prevalentemente nel contrastare gli insediamenti abusivi e nel ridurre il numero di campi regolari, passati dagli 11 del 2011 ai 5 di oggi. È mancata l’azione di inclusione sociale per la quale tra l’altro era, ed è disponibile la Strategia di inclusione di rom e sinti, approvata dal governo italiano nel 2012 e in vigore fino al 2020, fondata su 4 assi: lavoro, casa, scuola e salute. La Lombardia è una di quelle regioni che non ha fatto quanto previsto dalla Strategia per attuare politiche di inclusione e quindi l’assenza di un’azione coerente ha lasciato le cose alla volontà o meno delle singole amministrazioni.

La scelta di affidare a enti terzi la gestione dei campi regolari si è rivelata alla lunga inefficace per quanto riguarda l’inclusione sociale: azioni di inserimento lavorativo nei fatti assenti, come contrasto alla criminalità, alla dispersione scolastica. Un’azione fondamentalmente assistenziale e di fatto inefficace di fronte al progressivo deterioramento delle comunità, delle loro relazioni interne ed esterne che ha portato alla deresponsabilizzazione con l’idea che gli aspetti negativi fossero comunque tollerati.

No, uno sgombero non basta (a parte che esistono direttive europee e la loro applicazione nazionale per le modalità), come hanno dimostrato gli sgomberi di questi anni che hanno prodotto la dispersione di centinaia di persone tra centri provvisori di emergenza, occupazioni abusive, diffusione sul territorio di piccoli insediamenti spontanei perennemente in fuga da uno sgombero all’altro con conseguenze drammatiche per le condizioni di vita e di inserimento sociale di queste famiglie e di questi bambini e disagio per i cittadini.

Noi certo non abbiamo la bacchetta magica, per risolvere un problema che oltre tutto  viene esasperato con campagne e iniziative che fomentano l’odio e l’intolleranza con costanti episodi di violenza che si verificano contro le comunità rom e sinte, mentre si dovrebbe ricercare in ogni caso i modi per favorire una convivenza rispettosa e civile.

Ma sulla base di queste esperienze crediamo che una soluzione di prospettiva, che miri a una effettiva inclusione sociale, sia necessaria e soprattutto dovuta sul piano umano, sociale e civile, anche perché con tutti gli sgomberi possibili – dal 2011 a oggi possiamo contarne circa 3000! – rom e sinti non sono destinati a sparire dai nostri territori, siano essi cittadini italiani o comunitari, ma continueranno a esserci stando sempre peggio e provocando sempre più disagio e ostilità nella cittadinanza.

Noi crediamo che sia necessario un intervento che prima di tutto sappia distinguere tra diverse comunità e all’interno delle diverse comunità tra pratiche e progetti di vita e quindi percorsi di inserimento sociale. Lo strumento  della Strategia nazionale inclusione RSC è ancora disponibile, come sono disponibili fondi europei per l’inclusione di rom e sinti. Crediamo che, oltre a distinguere, occorre in primo luogo investire sulle giovani generazioni alle quali va garantito il diritto allo studio per un futuro diverso da quello al quale sono destinati e soprattutto  che solo un rapporto di collaborazione con l’amministrazione cittadina, le comunità rom e sinte e le loro rappresentanza può garantire di realizzare un progetto o comune e condiviso di medio periodo che porti  dall’assistenza alla responsabilità, dall’emarginazione all’inclusione.

Per queste ragioni le scriventi associazioni chiedono un incontro con il suo gruppo convinte che solo un’azione comune tra politica, amministrazione, comunità e loro rappresentanze, enti attivi sul territorio apra un percorso diverso per risolvere i problemi delle comunità rom e sinte del nostro Comune.

Ringraziandola per l’attenzione e in attesa di una cortese risposta la salutiamo cordialmente.

Le associazioni di ReteRom Milano:

Associazione  UPRE ROMA, Associazione Fabrizio Casavola, Associazione ApertaMente, Consulta Rom e Sinti Milano, GRT, NAGA, Opera Nomadi Milano

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