Letizia Moratti e l’economia sostenibile: ritratto di una donna che ha saputo interpretare i tempi

Milano

Milano 14 Maggio – Perché proporre l’intervista che Letizia Moratti ha rilasciato al Corriere? Per riconoscerle ancora una volta la statura umana e intellettuale e, per chi vuole, fare un paragone con l’attuale politica amministrativa di Milano. Di seguito l’intervista integrale.

E’ stata la prima donna presidente della Rai, la prima donna sindaco di Milano e la prima presidente di un Consiglio di gestione di banca e, ogni volta, di Letizia Moratti si è scritto e detto che è algida e distaccata, ma non è così che sembra quando ce l’hai davanti nel suo studio, blusa celeste, collana a fiori, mentre ti racconta di quando in casa giocava a calcio coi figli, in un lungo corridoio, lei e il marito Gian Marco in porta e i bambini due contro due: i loro, Gabriele e Gilda, contro Angelo e Francesca, che Gian Marco aveva avuto dalle prime nozze. Quando parla del marito, mancato il 26 febbraio, dopo 49 anni insieme, lo fa ancora al presente. Dice «Gian Marco è… Io e Gian Marco siamo». Glielo fai notare e lei ora sta lottando con gli occhi lucidi e scandisce: «Non riesco a sentirlo separato da me».

In una Milano dove i Rizzoli, i Pirelli e i Falck non sono più quelli di una volta, delle grandi famiglie di un tempo restano solo i Moratti, dinastia del petrolio. In questo palazzo del centro resistono le boiserie lucide, gli uscieri, e lei, Letizia che adesso, a 68 anni, è sola, composta e sorridente, come se Gian Marco fosse ancora di là.

Le volte che è stata «la prima donna», ha pensato che era un piccolo passo per lei e un balzo per l’umanità?

«Ho pensato che avevo la responsabilità di dimostrare che essere donna porta un valore diverso. La donna è spinta dalla cura, l’uomo dalla conquista. Ho accettato il ruolo in Ubi perché mi piace che sia una banca impegnata nel sociale, che ha il maggior numero di social bond avviati ed è la prima banca con un progetto strutturato per l’offerta di welfare aziendale».

E nata Brichetto Arnaboldi. Che educazione ha ricevuto?

«Dolce da mamma, severa da papà. Con molto spazio ai nonni. La nonna materna, Letizia, è stata sindaco di un paesino. Nonna Mimmina era coltissima. Ricordo, lei, Eugenio Montale, Riccardo Bacchelli e papà parlare per tutta una sera di un passo della Divina Commedia».

Quanto era severo suo padre, partigiano medaglia di bronzo e d’argento?

«Ogni tanto, partiva un ceffone. L’ultimo, quando tornai a casa tardi dopo Italia Germania del 197o. Mi ero trattenuta da Gian Marco, presenti i miei suoceri. Ma devo a lui la propensione all’impegno civile e a lui e ai nonni l’etica del lavoro. Quello materno era direttore del Credito Italiano, quello paterno aveva fondato la prima società di brokeraggio d’Italia. Ha lavorato sino a 8o anni, anche di domenica».

Che cosa si aspettavano da lei i suoi?

«Non che andassi all’università. Mamma non ne capiva la necessità, papà non era d’accordo, ma capitolò. Solo che, nel ’67, Architettura era impraticabile per le manifestazioni; per Lingue Orientali, era inconcepibile che andassi a vivere a Venezia. Scelsi Scienze Politiche a Milano. Mi laureai a 21 anni, di venerdì, e il lunedì ero assistente in Diritto Comunitario. Due anni dopo, con un prestito, aprii la mia società di brokeraggio. Di tutte le amiche, ero l’unica che lavorava».

Non ne aveva bisogno. Perché ci teneva?

«Mi piaceva, ma la leva era l’indipendenza. Mi ero sposata con Gian Marco e volevo che il nostro fosse un matrimonio solo d’amore. Ho chiesto io la separazione dei beni, ho voluto io lavorare. Era il mio modo per dirgli ogni giorno che lo sceglievo perché era lui».

Era come lo descrivevano le cronache degli anni 6o, «abbronzato, su una vespa in Versilia, bello come Jean-Louis Trintignant in un film di Dino Risi»?

«Sì, molto affascinante, ma la prima sera, abbiamo parlato di filosofia, avevamo amato gli stessi libri. Ne ho colto subito profondità, umanità e il forte senso della famiglia. Ed era sportivissimo. Stargli dietro era faticoso: sci, vela, caccia, per fortuna, poi abbandonata».

Vi siete sposati nel ’73, lui aveva due figli da Lina Sotis, in un’Italia in cui il divorzio non esisteva. Com’era, ai tempi, a 24 anni, fare una scelta simile?

«Non facile, anche se lui aveva già ottenuto l’annullamento dalla Sacra Rota e ci siamo sposati in chiesa. Non ho mai pensato di sostituirmi alla mamma dei bambini. Ho cercato di essere di aiuto, senza essere invadente. Ho avuto fortuna. Loro sono legatissimi. Gian Marco, Lina, io siamo felici di quel legame».

Parla di suo marito ancora al presente.

«Gian Marco ci ha trasmesso un senso di coesione che mi accompagnerà per sempre».

Come sono stati questi due mesi senza di lui?

«Difficili. Anche se i figli e i nipoti mi aiutano tantissimo, così come il lavoro e l’impegno con San Patrignano».

Alla cerimonia funebre ha detto: il nostro amore non conosce i limiti del tempo dello spazio.

«Siamo e saremo sempre uniti. Abbiamo parlato sempre tanto, condiviso tutto, le tematiche dei figli, e con la dovuta riservatezza, quelle professionali, e il desiderio di allargare i confini della famiglia a San Patrignano».

Perché l’impegno in una comunità per tossicodipendenti?

«Fu determinante l’incontro con Vincenzo Muccioli. Dal ’79, abbiamo trascorso lì ogni fine settimana. I primi tempi sono stati pioneristici, alloggiavamo in roulotte, era una piccola comunità, non c’erano psicologi. Oggi, abbiamo 1.3oo ragazzi, un tasso di recupero del 72 per cento e di reinserimento lavorativo del 92».

Momenti duri?

«Tanti. A Milano, nei primi anni dell’Hiv, solo il Niguarda ricoverava i ragazzi. Molti dovevamo curarli noi a SanPa. Abbiamo visto morire tanti vicini di roulotte e potevamo solo accompagnarli alla morte con umanità».

Cosa vi spingeva?

«La gioia di vedere quelli che si recuperano, trovano un lavoro, si sposano».

Com’è stato quando Muccioli fu arrestato per l’omicidio di Roberto Maranzano, che aveva in cura?

«Abbiamo sempre creduto in lui. Infatti, il tribunale di Bologna ha riconosciuto che operava col buon senso del padre di famiglia. Dopo l’arresto, io e Gian Marco siamo andati a SanPa, pensavamo di stare due giorni, siamo rimasti 36. Temevamo l’anarchia. Invece, i ragazzi volevano dimostrare al mondo che SanPa avrebbe superato tutto».

Lei come ha cresciuto i suoi figli?

«Spero come una madre capace di ascoltare e di guidare».

Oltre a giocarci a calcio, quanto è riuscita a seguirli?

«Con Gian Marco abbiamo sempre condiviso la loro quotidianità, i risvegli insieme, pranzi, cene, cartelle da preparare: non siamo mai usciti senza prima metterli a letto e non abbiamo mai fatto una vacanza separati».

Entrambi, da ragazzi, hanno fatto lavoretti.

«La fortuna ricevuta non deve far adagiare. Gilda è stata babysitter e commessa, Gabriele runner su un set. Sono fiera di loro».

Che ha detto a suo figlio dopo la vicenda della Bat Casa da molto clamore e alla fine una multa?

«Preferirei non rispondere su una vicenda che, come ha sottolineato, si è conclusa con una semplice ammenda. Mi spiace che di Gabriele si sia parlato per questo e non per il lato umano che lo porta, ad esempio, a impegnarsi come volontario ovunque si verifichino disastri naturali o a donare in beneficenza la metà dei ricavi di Redemption, la sua azienda di moda».

Perché la descrivono fredda e distaccata?

«Forse, se in una trattativa prendi posizione e sei donna, passi per essere rigida, se sei uomo, sei forte».

Silvio Berlusconi la chiamava «Margaret» come Thatcher, la lady di ferro.

«Da ministro, chiedendogli risorse, sono stata dura. Per una finanziaria, ho resistito fino alle sette del mattino. Un Consiglio dei ministri è iniziato due ore dopo, finché non ottenni ciò che volevo per scuola, ricerca e università. Minacciai le dimissioni e sapeva che le avrei date».

Però, poi, la propose lui come sindaco di Milano.

«Gli dissi: accetto, ma il mio carattere non cambia».

Montanelli le attribuiva «un pugno di ferro soavissimo».

«Che serve a convincere, non a imporre. Anche se, in un ruolo apicale, le decisioni le devi prendere tu. Da sindaco, per l’Ecopass, ho ascoltato, ma ho deciso io».

Con quali arti diplomatiche riuscì a portare Expo a Milano?

«Agli 8o Paesi non ho mai chiesto il voto, ma sempre solo domandato che progetto avrebbero voluto se avessimo vinto».

Le manca la politica?

«Mi manca che nella politica non ci sia attenzione per questioni importanti come l’ambiente. Presto saremo dieci miliardi, le risorse non basteranno. L’altra sera, a cena, ne parlavo con John Kerry, Kerry Kennedy e Romano Prodi. Servono un’economia più sostenibile, attenta anche al benessere sociale e ambientale, capace di riutilizzare le risorse e di non sprecarle, e indicatori che migliorino il Pil, nel cui calcolo è fondamentale inserire il volontariato ed eliminare le attività criminali».

Si sente più sola nella Milano delle grandi famiglie che non ci sono più?

«Oggi, abbiamo i Dompè, i Bracco, i Recordati, gli Squinzi: sono cambiate le famiglie, ma per fortuna non la loro generosità».

Candida Morvillo (Corriere)

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