L’ultimo “sarto” dei libri alla Sormani: «Così restauro i volumi d’epoca»

Cultura e spettacolo

Milano 3 Aprile – Ha in carico la salute dei libri della Biblioteca comunale centrale di Milano, la più grande della città. Come un sarto — munito di spago, aghi, taglierine, colle e presse — rimette a nuovo carte, sistema rilegature sfilacciate per il troppo uso, rinnova copertine. Gian Antonio Garlaschi, classe 1961, fa il restauratore alla Sormani da 30 anni, ma preferisce metterla semplicemente così: «Aggiusto i libri rotti», senza prosopopea. Perché alla professione, racconta, ci è arrivato per caso e non attraverso il regolare percorso di formazione. «Ho preso un diploma da odontotecnico, ma poi ho fatto di tutto: l’agente immobiliare, l’imbianchino, l’operaio e un concorso per custodi al Comune. È andata bene finché non mi hanno chiesto di portare la pistola per i turni di notte. Non ci riuscivo. Nel frattempo si era liberato un posto nella legatoria e mi presero, ma agli inizi non è stato facile. Quando entravo qui mi veniva la gastrite perché il capo era molto severo. Si chiamava Francesco Cavina ed era uscito dalla scuola dell’Umanitaria da dove vengono i più bravi rilegatori di Milano. Gli devo tutto ed è lui che mi ha insegnato il mestiere. Alla fine ci siamo capiti, ma quando ero giovane avevamo proprio due teste diverse».

Fino al 1989 i restauratori erano in 15 e il lavoro almeno doppio rispetto a oggi perché tutti i volumi che entravano venivano sfascicolati e rilegati con una nuova copertina marrone che li identificava come «libri della Sormani», biblioteca che nel dopoguerra venne concepita proprio per la consultazione. «Poi è cambiata anche la filosofia», spiega Garlaschi. «Le rilegature da consultazione non sono necessariamente adatte anche alla conservazione. Ora la tendenza è sostituire il meno possibile. Anche dal punto di vista del mercato un volume privo della sua copertina originale perde valore». A causa del blocco delle assunzioni nelle biblioteche Gian Antonio è rimasto da solo e segue unicamente i libri che val la pena restaurare con cura. Il lavoro corrente, invece, viene esternalizzato e dopo di lui il laboratorio sarà chiuso. «Mi dispiace non lasciare un’eredità. Questo non è un mestiere da ragazzini: devi fare esperienza, s’impara col tempo». Fuori il lavoro non mancherebbe, ma lui preferisce rimanere anche se lo stipendio è basso. «Qui i miei capi mi hanno sempre sostenuto e se faccio richiesta di materiali o macchinari mi fanno avere tutto senza problemi». Non solo. Gian Antonio, che disegna su ogni supporto che trova e ha partecipato a diverse mostre, si diverte anche ad allestire le esposizioni di libri, grafiche e foto regolarmene ospitate nella sala di lettura al piano terra della biblioteca.

Dopo trent’anni, il suo «bilocale» all’ultimo piano dello storico palazzo, stipato di cassette di libri, pile di carte, pennelli, vecchi macchinari di legno, compresa una cassettiera con i timbri di piombo per le punzonature, è diventato la sua casa. La mattina presto, «quando ancora i libri dormono», arriva nel suo antro disordinato, pieno di racconti che escono dai volumi più strani, come la storia della transumanza o la photosophia, in attesa sul suo tavolo. Accende la radio, soppesa i nuovi «malati» e dentro di sé non può fare a meno di biasimare gli studenti che hanno sottolineato le pagine o hanno lasciato dentro segnalibri o ogni genere di cose che rovinano la carta. Per chi «aggiusta i libri» questa è proprio una mancanza d’amore.

Francesca Bonazzoli (Corriere)

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