La dottrina di Trump: “Il principio che ci guida sono i risultati, non l’ideologia”

Esteri

Milano 23 Settembre – “Il principio che ci guida sono i risultati non l’ideologia”. Può bastare una sola frase a definire il pragmatismo e la novità di una presidenza, e quella frase Donald Trump l’ha pronunciata subito a dare il tono all’intero discorso tenuto a New York davanti all’Assemblea Generale Annuale delle Nazioni Unite. Di risultati hanno un bisogno estremo tanto l’America quanto il resto del mondo, e il presidente americano non usa i guantini bianchi della diplomazia mondiale ma la mano dura della realtà mondiale: il pericolo rappresentato dalla Corea del Nord impunita e nucleare, quello rappresentato dall’Iran terrorista, quello del Venezuela socialista, fino al pericolo di una organizzazione delle Nazioni Unite imbevuta di burocrazia, politically correct, strapotere di nazioni canaglia.
A valutare il discorso come una novità storica nel metodo ancora prima che nel merito – e Dio sa se la politica mondiale non abbia bisogno di linguaggio e metodo nuovi da non confondersi con la vecchia e nuova cialtroneria dei venditori di spazzole e dei moralisti un tanto al chilo- basta per me anche il paragone con il presidente francese Macron, che lo ha seguito nella giornata dei discorsi, e che era pure al suo esordio alle Nazioni Unite. Bene, da Macron abbiamo sentito la solita solfa da Palazzo di Vetro, quantità di bugie da potenza coloniale ipocrita, abbiamo sentito che “ le soluzioni sono politiche, non militari”, ma va! O che proteggere i migranti è un «imperativo morale», è una «sfida di civiltà», ti pareva. Abbiamo ascoltato parole commosse sul riscaldamento globale e appreso che l’accordo di Parigi non è un cadavere tirato fuori per la bisogna ma “la soluzione contro i mali del pianeta”. Ci è toccato persino un «l’accordo con l’Iran è solido. Denunciarlo e rigettarlo senza proporre altro è un grave errore», e via via in un crescendo rossiniano, non c’è stato risparmiato che «è falso pensare che i Paesi siano più forti quando sono da soli. Il multilateralismo è molto più efficiente», fino a concludere che «i muri non ci proteggono, il mondo è interdipendente». Grandi applausi liberatori naturalmente dall’inclita platea, a me la certezza che se Macron non ha ancora 40 anni e Trump più di 70, il vecchio è il francese.
Per fortuna i due discorsi non hanno lo stesso peso. Quello di Donald Trump è stato un discorso importante, bellicoso, libero dal politichese, nazionalista, ma niente affatto isolazionista, anzi ancora una volta il presidente degli Stati Uniti ha spiegato che mettere l’America al primo posto è meglio per tutti, e ha impegnato il suo Paese al ruolo che gli compete e gli tocca nel mondo, ma solo a condizione che aiutare il mondo non danneggi gli Stati Uniti. Ha minacciato pesantemente la Corea del Nord e segnalato al resto delle nazioni democratiche che dovrebbe fare la stessa cosa, ovvero fare di tutto per evitare una guerra ma se sarà necessario farla a costo di distruggere la Corea del Nord . Sono parole terribili, ha avuto il coraggio di pronunciarle. Ha bastonato il regime dei terroristi in Iran e denunciato che l’accordo al 2015, che gli consente incredibilmente di continuare a sviluppare il nucleare, è un imbarazzo per il mondo, e diventerà presto carta straccia; i Paesi che flirtano con Teheran, Italia compresa, sono avvisati. Anche Macron, che infatti l’ha presa male. Ha pacatamente ma fermamente avvisato il carrozzone micidiale delle Nazioni Unite, che nulla conclude e tutto spende, che lui con questo minuetto costoso e dannoso non intende andare avanti, specificando le cifre spropositate che gli Stati Uniti spendono da troppi anni, e le carenze micidiali che da troppi anni nessuno ha voglia e intenzione di correggere finché la gestione amministrativa e quella politica sono arrivate a un punto di non ritorno, alla negazione della ragione per la quale l’organizzazione nacque.
Donald Trump ha fatto un grande discorso, del quale si parlerà molto male, che non a caso ha entusiasmato il leader di Israele assediato, Benjamin Netanyahu, che ha dichiarato a botta calda che mai aveva sentito frasi del genere nel Palazzo di Vetro. Israele è una perla rara, è l’unico Stato europeo rimasto orgogliosamente in piedi, sente che Trump è il suo campione. Ma è un discorso che ha colpito anche l’ex ambasciatore alle Nazioni Unite, John Bolton, che pure è un uomo del clan Bush e del vecchio Partito Repubblicano che detesta Donald Trump, ma che dai microfoni di Fox News ha commentato quasi con stupore gioioso che è arrivata aria fresca alle Nazioni Unite, e lui se ne intende di aria fritta, la gran specialità di quella organizzazione elefantiaca. La delegazione della Corea del Nord se n’è andata, lasciando i tre posti vuoti prima che il presidente degli Stati Uniti arrivasse, ma lo scandalo è che abbiano dei posti alle Nazioni Unite. La delegazione iraniana ha ascoltato con volti irati ed espressioni scandalizzate, poi ha emanato delle solite minacce, che sia stata attaccata così duramente ed esplicitamente è buono, è una notizia positiva .

In attesa di rispondere alle critiche feroci che si abbatteranno sui 45 minuti di discorso, da New York, voglio aggiungere qualche nota di cronaca, perché nell’era pop di questo presidente la cronaca copre sempre l’attacco politico. Donald Trump era già in città perché è la sua di città e ci vive da quando è nato, anzi ha tenuto a dare il benvenuto a New York agli invitati dell’assemblea tra i quali brillava per assenza Vladimir Putin, e le ipotesi fioccano, definiamola un’assenza di protesta per la caccia alle streghe scatenata da democratici e stampa americani, e non diamogli torto. Circola una tale miseria nell’informazione che sono stati pubblicati articoli sulla protesta dei newyorkesi perché da due giorni almeno è bloccato il traffico per ragioni di sicurezza, ma sfido qualsiasi malalingua a non riconoscere che succede tutti gli anni da quando ci sono le Nazioni Unite e c’è l’Assemblea generale a settembre, da qualunque luogo provenga e dovunque dorme il presidente degli Stati Uniti. Il quale in città è tornato in tutto tre volte da quando è andato a vivere alla Casa Bianca. Trump è arrivato per il suo primo discorso all’Onu accompagnato dalla moglie Melania, che è onnipresente, una vera first lady nell’accezione americana, e questo suscita molto fastidio, quindi giù con le illazioni sulla coppia che non funziona, sulla poveretta in ostaggio, sul comportamento poco urbano del presidente. Si potrebbe scrivere un libro sulle avventure di potus e flotus e sulla quantità micidiale di bugie e falsità scritte coscientemente da sedicenti giornalisti su argomenti vitali per l’informazione e per il mondo come i tacchi della first lady. Segnalo le riviste femminili, dopo le americane quelle francesi e italiane si distinguono per stupidità, per loro vale la stessa regola del pubblico degli Emmy Awards di qualche sera fa. Più se la cavano con l’insulto sanguinoso e l’insinuazione sul presidente e la moglie, invece di scrivere buoni testi anche con qualche satira di opposizione, più cala l’audience. La cerimonia degli Emmy ha toccato il minimo storico dell’otto per cento, un po’ come le vendite le riviste femminili. Il veleno satura dopo un po’. Accanto al presidente c’era il segretario di Stato, Rex Tillerson, del quale si continua a dire che se ne vorrebbe andare, ma che non ha alcuna intenzione di farlo, anzi è un protagonista dell’Amministrazione, semplicemente lui e il presidente giocano a socio cattivo socio buono; e la stella Nicky Halley, ambasciatore alle Nazioni Unite, scelta con grande acume da Trump nel gruppo di repubblicani emergenti di medio calibro, e fino ad allora a lui contraria, poi rivelatasi brava, competente, estremamente combattiva, che ha portato un metodo completamente nuovo e trumpiano alle Nazioni Unite, ma che nel giro di pochi mesi è anche riuscita a diventare una colonna per il segretario generale Antonio Gutierres.
Torniamo ai punti chiave del discorso. Gli Stati Uniti hanno grande forza e pazienza, ma se siamo obbligati a difenderci o difendere gli alleati non avremo altra scelta che quella di distruggere completamente la Corea del Nord. Rocket Man, soprannome beffardo che via Twitter aveva già attribuito a Kim Jong Un, e che ha senza timore usato anche sul palco delle Nazioni Unite, è in missione suicida per sé e per il suo regime. Gli Stati Uniti sono pronti, carichi e capaci, ma sperano ancora che lo scontro non sia necessario. L’Iran è uno Stato canaglia e assassino che esporta violenza. Il mondo non può continuare a consentirgli le sue attività di destabilizzazione e non può rispettare un accordo che consente la copertura del programma nucleare in costruzione in Iran. L’accordo con l’Iran è stato una delle transazione peggiori e vantaggiose per una sola parte che gli Stati Uniti abbiano mai stipulato. Francamente l’accordo è una fonte di imbarazzo per gli Stati Uniti e non può finire così; è tempo che tutto il mondo si unisca per esigere dall’Iran che la faccia finita col suo progetto di morte e distruzione. Viviamo un tempo di straordinaria opportunità ma ogni giorno porta anche con sé le notizie di un pericolo crescente che minaccia tutto ciò che noi amiamo e a cui diamo valore. Terroristi ed estremisti sì sono rafforzati e diffusi in ogni regione del pianeta. Stati canaglia che sono qui rappresentati in questa istituzione non solo sostengono i terroristi ma minacciano le altre nazioni e i loro popoli con le più distruttive armi mai conosciute dall’umanità. Sta a noi riuscire a portare il mondo a nuove altezze o lasciarlo cadere in una valle di disperazione. Perciò è il tempo di chiamare per nome e ritenere responsabili le nazioni che forniscono fondi e asilo ai gruppi terroristici. Tutte le nazioni responsabili devono lavorare assieme per affrontare i terroristi e gli estremisti islamici che li ispirano. Dobbiamo fermare il terrorismo radicale islamico, non gli possiamo consentire di distruggere la nostra nazione e l’intero mondo. Negli anni recenti le Nazioni Unite non hanno raggiunto il loro pieno potenziale per colpa di cattiva gestione e burocrazia. Gli Stati Uniti sono il più importante finanziatore delle Nazioni Unite a cui danno il 25% dei fondi. Credo che il messaggio debba essere ‘Make the United Nations great,’ facciamo finalmente grandi le Nazioni Unite, rendiamo realtà il suo straordinario potenziale. Serve una riforma profonda e urgente. Sono toni e contenuti che non si erano mai sentiti prima, figuratevi durante gli anni del minuetto obamiano.
Trump aveva già incontrato il francese Macron, e l’israeliano Netanyahu, tutti i leader latino americani sulla questione Venezuela, per il quale ha chiesto sanzioni dure fino all’isolamento.
Applausi scroscianti dalla platea quando ha parlato con disprezzo dell’accordo farlocco con l’Iran. Non è un applauso qualunque.
Nessun accenno alle fake news circolate nei giorni scorsi su un ripensamento dell’Amministrazione a proposito dell’accordo sul clima di Parigi. Gli Stati Uniti sono fuori,a meno che i termini non vengano rinegoziati e cambiati. La piccola leggenda metropolitana sul ripensamento dell’accordo di Parigi viene messa in giro come molte altre per insinuare il dubbio forte che Donald Trump sia uno che non ha principi fermi in realtà, che l’ultimo che gli parla nell’orecchio riesca a far prevalere la propria opinione, che cambi idea in continuazione. Se si utilizzasse lo strumento della buona fede, sarebbe facile arguire che l’uomo prima ancora che un politico è un negoziatore di alto livello, e spesso è pronto a mediare con l’interlocutore fin dall’inizio, solo che non lo dà a vedere. Basta pensare al colpo di scena dell’accordo recente all’insaputa dei repubblicani con i capigruppo democratici sui fondi per i danni dell’uragano e su altro, quanto si vedrà nei prossimi mesi. La volubilità presunta e addirittura l’insinuazione di una malattia mentale è uno dei fronti della guerra sporca, assieme alla continua insinuazione sul fatto che Trump ha vinto il voto elettorale ma non quello popolare; come se in tutte le elezioni non fosse così, come se i Padri Fondatori non avessero deciso saggiamente che se anche uno stravince in California, come è successo a Hillary Clinton, o in Texas, non per questo può ritenersi eletto anche negli altri Stati, e che anche gli Stati con un numero minore di abitanti devono avere diritto a contare. Pensavano all’impero dal quale erano fuggiti e non intendevano riproporre il sistema della colonia. Ogni Stato ha un numero di voti elettorali pari ai deputati che elegge in base al numero degli abitanti, più i due senatori che a ogni Stato spettano. Ma non è solo questo. Basta guardare la mappa politica nuova del Paese per capire che non solo il Partito Repubblicano con Trump ha sfondato negli Stati di quella che una volta era la muraglia blu democratica, non solo che ha vinto anche la maggioranza dei governatori e dei deputati statali, ma che le cinque elezioni suppletive a sostituzione di eletti entrati al governo tenute finora, le hanno vinto cinque repubblicani.
Nei prossimi mesi si capirà infine la sorte delle indagini sul cosiddetto Russiagate, dal quale non viene fuori nulla di concreto che testimoni una influenza dei disinformatori e delle spie rosse sulle elezioni del 2016. Nulla, se non, a contrastare montagne di spiate, di fonti anonime e di false notizie oltre che di lamentele isteriche della perdente Hillary Clinton, notizie addirittura a favore della campagna e della presidenza Trump, come quella appena arrivata che conferma che Paul Manafort, manager della campagna, licenziato nell’agosto del 2016, ha continuato ad essere intercettato e spiato prima, durante e dopo l’elezione, e con lui anche il presidente, che parlava al telefono come Manafort. Aveva ragione quindi Trump a sostenere di essere stato illegalmente spiato dall’amministrazione Obama. L’opposizione cieca e feroce nutrita di fake news non sembra intaccarne in alcun modo l’energia e l’ottimismo. Larger-than-life si dice di quelli come lui in America. Diverso il discorso per l’agenda del programma di governo, che è stato rallentato, non c’è dubbio, tanto dal clima generale quanto dalle incertezze e divisioni del partito repubblicano, il quale ha dato pessimo spettacolo di sé, soprattutto John McCain, più traditore che senatore a questo punto, uno che ha ritenuto di vendicarsi e fare un dispetto a Trump non votando la riforma della sanità e compromettendola col suo voto mancato. Un comportamento indegno, infame, imperdonabile.
Ora tocca alla riforma delle tasse, che è una pietra miliare, e che serve per dare struttura alla grande vitalità dell’economia della quale giustamente alle Nazioni Unite Trump ha menato vanto. Tre aliquote in tutto per i privati, la più alta al 33%, una sola aliquota al 15% per le aziende, 10% in tutto di tasse sui capitali che rientrano, eliminazione della tassa di successione. Trump crede che sia una gran ricetta reaganiana per l’economia del 2020, io pure. Sulla rapidità della riforma delle tasse si giocano le elezioni di metà mandato nel 2018, e a partire da quelle anche la fine dell’insopportabile congiura del politically correct contro questo presidente rivoluzionario. Come dice uno dei suoi più grandi fan, l’attore James Woods, quello di C’era una volta in America, e anche lui gran twittatore: Presidente, è ora di fare tre cose: abbassa le tasse, alza il muro, gettala in prigione. Il terzo desiderio, che riguarda Hillary Clinton, non si avvererà, ma gli altri sono attesi con ansia.
Maria Giovanna Maglie (L’Intraprendente)

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