Nell’era del populismo “Sinistra e popolo” il libro di Ricolfi

Economia e Politica

Milano 6 Giugno – Come accadde che la Sinistra perse il “suo” Popolo? Lo racconta ai contemporanei il professor Luca Ricolfi nel suo interessante saggio “Sinistra e Popolo – Il conflitto politico nell’era dei populismi” (Longanesi, 2017).

Se la prima parte è molto tecnica, al contrario la seconda entra nel vivo della questione e offre chiavi eccellenti per l’interpretazione del fenomeno. Una, forse la più importante per un non ortodosso come me, è la critica netta e tranchant al fenomeno conformistico globale del “politically correct”, attraverso il quale un’élite mondiale che si vuole illuminata ha preteso di insegnare alla masse e al volgo come si sta al mondo, inondando i media di buonismo e relativismo, per cui tutto ciò che è “diverso” ha diritto di esistere e di essere tutelato. E lo ha fatto senza rispettare il comune buon senso, facendone un obbligo talebano al grido di “Dio è con noi!”, sul modello della dicitura “Maometto è il servo di Dio” che compare in basso sulla bandiera nera dei mattatori dell’Islamic State. Non poteva, quindi, che finire male. Per Hillary e i democratici americani, in particolare, e per la stessa Bremain che ha dovuto cedere le armi al “ras-le-bole” (atto di rifiuto di chi ne ha abbastanza..) della gente comune vittoriosa alla Brexit. Diciamo subito, per essere originali, ciò che il saggio non esamina. Ovvero, che i grandi motori ideologici del “politically correct” sono proprio Germania e Stati Uniti.

Per farsi perdonare peccati imperdonabili, sostanzialmente. Come l’Olocausto, per l’una, o per aver fatto provare agli uomini l’orrida concretezza dell’arma nucleare, per il secondo. Un altro “bug”, a mio avviso, è quello di aver ignorato il fallimento disastroso delle politiche meridionaliste e del Triangolo Industriale, che presero a modello il peggio dei Piani Quinquennali sovietici. Non solo le industrie pesanti altamente inquinanti hanno devastato e desertificato (anche umanamente!) le regioni del Sud tra le più belle del mondo ma, effetto davvero non secondario, per queste ultime l’abbondanza di denaro stampato al ciclostile ed elargito senza controlli e freni dalla Cassa del Mezzogiorno ha favorito ogni tipo di corruzione e clientela politico-mafiosa. Un giorno spero che qualcuno ragioni anche su questo. Torniamo ora al libro, peraltro molto bello. Per Ricolfi: “Il primo problema della sinistra non è che non sa dove andare, ma che non capisce dove si trova. E se non sai dove sei, non puoi sapere che strada prendere”. Questo della bussola smarrita è il cardine sul quale ruota tutto il ragionamento dell’illustre accademico.

Scomparso l’operaio-massa, la Sinistra si è messa (involontariamente?) alla ricerca di alternative trovandole in due nuovissime filiere. La prima è la Globalizzazione, mitizzata dai suoi “clerks” rosa-rosso perché affine con il mito dell’apertura internazionalista e con l’esigenza della diffusione del benessere erga omnes, grazie a un gioco “win-win” che ha retto soltanto fino a quando c’è stata la crescita a garantire per tutti i dividendi della torta che, invece, rimane sostanzialmente inalterata da ben più di un decennio, a seguito delle gravissime crisi finanziarie del XX e del XXI secolo, che hanno fatto volare in mille pezzi questo schema, dimostrando che, al contrario, nella Globalizzazione ci sono vincenti e perdenti. I primi, una forte minoranza di eletti, costituiti dalle nuove classi intellettuali e professionali privilegiate, perché in grado di cavalcare l’onda ruggente della digitalizzazione e dei servizi avanzati alla persona e alle imprese. I secondi rappresentati da decine di milioni di persone una volta occupate nelle fabbriche post-fordiste ad alta densità di manodopera, ormai senza più reddito e lavoro a causa della delocalizzazione massiva e dell’automazione industriale avanzata.

La seconda filiera è costituita, invece, dal mito dell’accoglienza universale e dell’apertura umanitaria incondizionata ai nuovi imponenti flussi migratori che, mal gestiti proprio dalla stessa sinistra di governo, hanno generato il totale rigetto dell’accoglienza non selettiva da parte di larghi strati della popolazione, colpiti dall’elevato tasso di criminalità dei nuovi arrivati e dal ricollocamento nelle periferie urbane più disagiate di larga parte di loro, soprattutto profughi economici africani diseredati e senza “skill”. Da qui, per esempio, nasce la “pariolinizzazione” della sinistra romana che pesca i suoi consensi nei quartieri alti della Capitale, lasciando quelli periferici in balia dei nuovi “populismi” di destra e di sinistra. Il “rift” ideologico tra questi ultimi due è segnalato dal tipo di chiusura che essi propongono. Per il primo, di sinistra, si tratta di salvaguardare imprese e lavoratori favorendo un minimo di protezionismo, per dare più regole alla globalizzazione non governata. Per il secondo, invece, la chiusura è più sul rispetto dei confini e della sovranità nazionale, per cui lo Stato ha diritto di stabilire chi fare entrare e chi no, mettendo semplicemente “le porte” dove oggi non ci sono che perimetri virtuali privi di barriere.

All’incrocio della paura popolare per lo straniero e dell’impoverimento dilagante delle fasce a più basso reddito della popolazione, si colloca l’impotenza arrogante della sinistra progressista, prigioniera del “torrente della rabbia popolare [che] ha preso a ingrossarsi, e ciò che fino a pochi anni fa sembrava inconcepibile [la vittoria dei populismi] è diventato realtà”. Morale della favola: il mare in tempesta della protesta popolare è destinato a travolgere ovunque la fiaba per ricchi della Sinistra “illuminata”.

Maurizio Bonanni (opinione.it/cultura)

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