Evviva l’Europa dei diritti contro l’Eurosoviet

Politica

Milano 24 Marzo – Pubblichiamo un estratto dell’intervento che l’ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata ha tenuto il giorno 15 marzo alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Treviso, durante la Guest Lecture sugli scenari post-Brexit organizzata dall’Associazione “Azione Universitaria – Treviso” con la collaborazione della Facoltà di Giurisprudenza dell’Università degli Studi di Padova. L’estratto è stato pubblicato da L’intraprendente

Una devoluzione parziale di responsabilità e di poteri agli Stati nazionali da parte dell’Unione Europea non comporta necessariamente la messa in discussione dell’impianto complessivo per la parte rimanente. Del resto, lo stesso Trattato lo consente. Ma il punto diventa quello di individuare la quota di competenze e di poteri che potrebbe essere retrocessa senza mettere a rischio il funzionamento dell’insieme. Qui il discorso rischia di farsi tecnico.

Si prenda il Mercato Interno. Può un mercato a dimensione continentale funzionare senza una base uniforme di norme? In una situazione di libera circolazione dei beni, o le regole a presidio del buon funzionamento del mercato sono comuni, o il ritorno a misure statali restrittive per la tutela di interessi rilevanti, tra i quali anche la sicurezza dei consumatori, diventa prima o poi inevitabile, con tutte le conseguenze che abbiamo già sperimentato in un passato di contrasti e di ostilità. E così per le altre tre libertà fondamentali. La stessa concorrenza, per potersi esplicare liberamente, ha bisogno di un “playfield” uniforme: il divieto degli aiuti di Stato rientra in questa problematica. E tutto ciò non si può fare che a livello europeo. L’introduzione dell’euro ha rappresentato il naturale sviluppo del Mercato Interno. Può una moneta che affida la propria credibilità al funzionamento di diciannove economie diverse sopravvivere senza uno stretto coordinamento di quelle stesse economie e senza la tendenziale convergenza dei bilanci nazionali? Si pone anzi il problema se il corretto funzionamento dell’euro non comporti la necessità di estendere il campo delle regole condivise e delle risorse comuni.

Se le elezioni francesi, olandesi, tedesche e italiane lo consentiranno, stabilizzazione e rafforzamento dell’Eurozona passano attraverso un ripensamento dell’architettura complessiva, sia di natura economica che politica. Tuttavia, la dimensione del nostro debito e i suoi problemi endemici – in primis, finanza locale, banche, corruzione – rendono difficile un ruolo protagonista dell’Italia a meno di una drastica sterzata e di una ben diversa consapevolezza da parte di tutta la classe dirigente del Paese.

Un’integrazione ulteriore delle politiche di bilancio, essenziale al futuro di una vera moneta unica, richiederebbe una ampia mutualizzazione del debito dell’Italia, con ingenti trasferimenti finanziari a carico dei Paesi più solidi, specialmente la Germania. Chi può illudersi che il Bundestag ratificherebbe una tale operazione, onerosa per i contribuenti tedeschi, senza esigere contropartite ferree sulla gestione di bilancio e sulla politica economica nel suo insieme? Viste le anticipazioni che stanno emergendo dalla Brexit e che si preannunciano per la Frexit in caso di vittoria del Front National, non sembrano esistere scorciatoie, o miracolosi algoritmi, per uscire indenni dall’eurozona, ma neppure per rimanervi, se non ci affrettiamo a disinfestare il Paese e la politica dalla corruzione, dal diniego delle responsabilità e dell’accountability, e a ricostruire urgentemente Stato di Diritto e legalità. Il nostro aggancio all’Europa deve quindi essere incondizionato sul piano dei diritti.

Nell’ultimo Summit a Malta molti Capi di Stato e di Governo hanno appoggiato la proposta targata Benelux di un’Europa a diverse velocità: una via d’uscita che riemerge ormai da quattro anni ogniqualvolta scende ancora di qualche gradino, dopo risultati elettorali deludenti per le forze politiche più dichiaratamente europeiste o per rinnovati timori sulla tenuta dell’euro, il traguardo mobile di “un’Europa sempre più coesa”, sancito dai Trattati e dal “credo” incontestato a Bruxelles – e a Roma- sino all’inizio di questo decennio. A riprova della stridente “bicefalia” istituzionale dell’Unione – intergovernativa con i Consigli europei da un lato, e sovranazionale dall’altro, con Commissione, Parlamento europeo e Corte di Giustizia- Jean-Claude Juncker ha cercato di ridare spazio alla Commissione presentando nei giorni scorsi un Libro Bianco. Vi si disegnano cinque possibili scenari sul futuro delle istituzioni europee che vanno da uno minimo, di esclusiva integrazione del mercato interno, a un massimo di funzioni che rafforzino l’integrazione economica e politica. Cinque gradazioni che però non richiederebbero una riscrittura dei trattati. Al loro vertice a Versailles i quattro maggiori Paesi europei – Italia, Germania, Francia, Spagna – si sono orientati verso opzioni intermedie. Si pensa alla riedizione di cooperazioni rafforzate di nuova generazione rispetto a Schengen e Euro. Lo slogan è: “Chi vuole di più fa di più”. Terreni da coltivare sono la difesa, la politica estera, le politiche sociali. L’elefante nella stanza resta l’immigrazione: aspetto particolarmente penalizzante per un Paese come il nostro che ancora non si è dotato – diversamente da altri partner europei – di efficaci misure nazionali per proteggere le frontiere – ciò che rappresenta un obbligo comunitario oltre che costituzionale -, per valutare rigorosamente le richieste di protezione umanitaria, per attuare ragionevoli politiche di accoglienza e di rimpatrio. Sino a che non daremo ai partner europei prove di serietà nel difendere i nostri stessi interessi nazionali, oltre che gli interessi europei nel loro insieme, sarà assai difficile che a nord delle Alpi qualcuno si commuova alle nostre quotidiane invocazioni di solidarietà sulla questione dei migranti. “Fare di meno in modo più efficiente”, l’altra semplificazione emersa dagli ultimi incontri tra i Capi di Governo, significa ridisegnare alcune funzioni attuali dell’Ue, ridurre le regole europee in alcuni settori, ma mantenendo lo stesso assetto di oggi e dando più spazio alla cooperazione rispetto all’imposizione di politiche.

In questo nuovo scenario, nell’Europa continentale a 27 si confrontano due approcci diversi. Da un lato, quello attualmente egemone a Bruxelles-Berlino-Parigi: l’asse che ha condotto l’Ue all’attuale stagnazione economica è campione del no alla competizione fiscale in nome dell’”armonizzazione”, di una visione di rigida omogeneità che penalizza le diversità e la concorrenza, di un welfare costoso e di megaprogetti pubblici. Jean-Claude Juncker ne è l’emblema. Sul versante opposto sta cercando di organizzarsi un altro fronte che può trovare proprio negli inglesi una sponda esterna. Esso afferma la necessità di riequilibrare dalle fondamenta rapporti che si sono polarizzati attorno alla dominante tedesca, e di uscire con decisioni coraggiose da un’impasse decennale che continua a peggiorare la situazione di alcuni e di premiare quella di altri. Nel Sistema Euro non si può prescindere da riforme strutturali che generino crescita e ne distribuiscano equamente i benefici. L’Unione e la Bce- sostengono molti che vogliono un’Unione più equa e solidale, prima ancora che un’”ever closer Union” – dovrebbero dare impulso a una revisione della legislazione fiscale, a una politica monetaria espansiva, cambiare le regole della Governance societaria in modo da incoraggiare i consumi, gli investimenti e l’aumento delle retribuzioni. Far convergere tra loro le economie dei Paesi a più alto debito pubblico unicamente attraverso riforme interne, appare sempre più una “mission impossible” se la posizione tedesca non entra seriamente in discussione. I crescenti surplus commerciali tedeschi dovrebbero essere tassati. Berlino dovrebbe stimolare la domanda interna, favorire una strategia di aumenti retributivi, e di deficit spending. Realisticamente, la prospettiva che Berlino possa sostenere in concreto, e non solo a parole, la creazione di una vera e propria “Fiscal Union “, la cui assenza viene riconosciuta da tutti come il vero problema dell’attuale Unione Monetaria, appare teorica. I tedeschi dovrebbero abbandonare una tradizione di sessant’anni di risparmi elevati, bassa inflazione, e salari moderati, per accettare massicci trasferimenti a favore di Paesi criticati da molti in Germania perché assai meno “virtuosi” del loro. Joseph Stiglitz ha calcolato che se dovesse esserci in Europa un meccanismo di trasferimenti diretti simile al federalismo fiscale americano, che ha un Welfare meno generoso di quello europeo, i trasferimenti dalla Germania aumenterebbero di decine di volte. Inoltre un’Unione Fiscale comporterebbe poteri intrusivi di supervisione sui sistemi finanziari dei Pesi membri, una condizione politicamente difficile allo stato delle cose anche in Italia. Una impostazione sul post Brexit dovrebbe guardare a: a) un’Europa a più cerchi di integrazione nella quale si rivaluti la dimensione mediterranea; b) riconoscere a ogni Stato membro, attraverso una norma di sovranità, del diritto di accettare o respingere le misure adottate a Bruxelles; c) rimettere in discussione il Rapporto dei Cinque Presidenti su ulteriori misure di ”armonizzazione”.

 Giulio Terzi di Sant’Agata (L’Intraprendente)

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